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Torino e la Pasta & Fagioli

date » 23-11-2020 00:14

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Dite la verità, a voi da bambini pasta e fagioli piaceva?

Io la odiavo! Eppure me la ritrovavo sistematicamente nel piatto con frequenza settimanale.
Mia madre pare fosse una specialista nel prepararla e mio padre la adorava. Pasta e fagioli, voglio dire. Adorava anche mia madre ovviamente.  Beh, insomma, avete capito. Pasta e fagioli a casa mia non mancava mai.

Mio padre, classe 1922, di fame deve averne fatta parecchia negli anni bui della guerra e mal tollerava che i suoi figli facessero gli schizzinosi con il cibo. Se cercavamo di farla franca accampando la scusa che non avevamo fame, solitamente non faceva altro che conservare lo stesso piatto per il pasto successivo. Con me, che sono l'ultima e probabilmente la più cocciuta di cinque figli, credo che a un certo punto avesse compreso che io, pur di non mangiare pasta e fagioli, avrei anche potuto lasciarmi morire di fame. Ma lui mi batté in astuzia adottando una tecnica diametralmente opposta: dieci minuti di tempo per finire il mio piatto, altrimenti...

"Altrimenti" non successe mai, non gli diedi modo di darmi dimostrazione pratica. Era sufficiente la sua presenza accanto a me, mentre il suo sguardo severo passava dalle lancette  dell'orologio appeso alla parete della cucina al piatto di fronte a me. Uno strazio...

Mio padre mancò all'improvviso quando avevo nove anni. Da allora, pasta e fagioli non l'ho più mangiata per oltre trent'anni. Mia madre ebbe il buon cuore di non insistere.

Poi, come sempre succede nella vita, ti trovi in situazioni in cui devi fare buon viso a cattivo gioco.
Ospite a pranzo di un'anziana signora abruzzese che ci aveva messo il cuore a preparare "sagne e fasciule" per la milanese (che ero io, sic).
Svariate paia di occhi a fissarmi mentre mi apprestavo ad assaggiare la specialità della casa. Sorrisi soddisfatti stampati sulle labbra. Aspettavano tutti che fossi io a iniziare a mangiare, pregustando i complimenti che avrei senza dubbio alcuno elargito alla cuoca.
Per farmi forza visualizzai dentro di me le lancette dell'orologio della cucina della mia casa di bambina. Erano già trascorsi nove minuti e cinquantanove secondi. Avrei dovuto mangiare immediatamente, altrimenti...

Mangiai.

E fu una rivelazione! Era buona, ma buona davvero!! Stavo mangiando pasta e fagioli e mi piaceva! Quel gusto tondo e morbido, avvolgente, pastoso... Mmmm, ancora!
Ero certa che mio padre si stesse sbellicando dalle risate dall'aldilà e in cuor mio credo di avergli fatto la linguaccia.
Dopo cercai di capire da cosa fosse nata la mia avversione per pasta e fagioli e non trovai alcuna spiegazione. Probabilmente era più una questione di principio. Ho detto che non mi piace e basta, ecco uffi!

Torino. Non mi piace. Ci sei mai stata? Una volta, per mezz'ora. Così poco? Basta e avanza. E come fai a dire che non ti piace? Ti dico che non mi piace e basta. E' una questione di pelle, non me la sento addosso.
Questo è un esempio di conversazione che avrei potuto intrattenere con chiunque mi avesse parlato di Torino fino a fine novembre 2015.

Torino. Strana città, per certi versi mi affascina. La conosci bene? Assolutamente no, ci sono stata un paio di volte in queste ultime settimane e solo per pochissime ore. Ci tornerai? Assolutamente sì, voglio conoscerla meglio. Credo proprio che mi piaccia, anzi, ne sono convinta. Convintissima.
Questo è un esempio di conversazione che potrei intrattenere con chiunque mi parlasse di Torino oggi, 20 dicembre 2015.

Ci ero cascata di nuovo. Sostenevo che Torino non mi piacesse senza sapere neppure perché. Per pura questione di principio. Esattamente come per pasta e fagioli.

Per fortuna so tornare sui miei passi. Magari ci metto un po' di tempo, ma poi recupero!


Milano, 20.12.2015

La Foto sbagliata

date » 22-11-2020 22:50

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Cos'è giusto e cos'è sbagliato in fotografia?

Dopo lunga e approfondita analisi sono giunta alla conclusione che.... non lo so!

Allora applico (anche) alle foto un detto che con cui era solita rispondermi mia madre quando le chiedevo come avesse fatto il figlio della vicina di casa, un ragazzo bravissimo ma, poverino, brutto come il peccato, a far innamorare di sé un ragazza incredibilmente bella:

Non è bello ciò che è bello,
è bello ciò che piace.

E buonanotte!


Milano, 13.12.2015

Sankt Nikolaus

date » 22-11-2020 22:36

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Se vi chiedessi di descrivere i tedeschi con i primi due aggettivi che vi vengono in mente, così, senza pensarci troppo su, cosa direste? Probabilmente precisi e puntuali (e forse direste anche altro, ma vi ho chiesto i primi due!). Opinione condivisa dai più, presumo. Perfino da Babbo Natale. Tant’è che il poverino ha deciso che con loro gli conviene anticipare i lavori, terrorizzato all’idea della class action che gli verrebbe sicuramente mossa nella malaugurata ipotesi  di un ritardo di consegna la notte di Natale. Ecco perché lui dai bambini tedeschi ci va oggi, il 6 dicembre.

In Germania, Babbo si chiama Nikolaus. Sankt Nikolaus. Che suona un po’ come Bond, James Bond… solo che lui è un tradizionalista e viaggia ancora in slitta con motore da 8 renne. Veniva anche da me quando ero bambina. Non sapeva che i miei genitori fossero italiani e che quindi con noi avrebbe potuto prendersela comoda. O forse lo sapeva, ma visto che era già lì per gli altri bimbi del palazzo, ne approfittava per passare anche da me. Oggi so che questa cosa si chiama ottimizzazione logistica dei trasporti.

Io l’ho visto. Ho visto Nikolaus. Ma davvero, mica così per dire. Ho ancora la scena davanti ai miei occhi. Era mattina presto. Arrampicata su una sedia, dal basso dei miei 3 o 4 anni sbirciavo annoiata dalla finestra del secondo piano giù per la strada deserta e bianca di neve quando all’improvviso ecco che sul marciapiede di fronte appare lui, rosso e grosso, fiero e imponente sul fondo grigio dei palazzi della Rothenbergstraße. Ricordo lo stupore,  i vetri freddi sotto il palmo delle mani mentre mi allungavo in punta di piedi sulla sedia per vedere meglio, l’alone del mio fiato che appannava la finestra e avvolgeva lui in una nuvola di magico mistero. Ero sbalordita, senza parole.  Ad ogni passo possente e sicuro, i suoi stivali lasciavano impronte marcate sul marciapiede innevato e nella mia fantasia di bambina.  Che emozione!

Per anni è girata per casa una foto di quella scena. Ogni volta che mi capitava tra le mani rivivevo le stesse emozioni di quella mattina di un ormai lontanissimo 6 dicembre. Pochi giorni fa mi è tornata in mente e mi sono messa a cercarla ma niente, non l’ho trovata da nessuna parte. Allora ho chiamato mia sorella per chiederle se per caso l’avesse lei, ma lei non la ricorda, non l’ha mai vista. Anzi, dice che non esiste.

Ma non può essere! Io l’ho vista, l’ho avuta tra le mani un’infinità di volte e sistematicamente le torturavo gli angoli mentre con la memoria rivedevo Nikolaus camminare sul marciapiede sotto casa.

Mi ci è voluta qualche ora per riprendermi dallo smarrimento, poi ho iniziato a ragionarci su. Partendo dal presupposto che non sono pazza (un po’ di ottimismo non ha mai fatto male a nessuno) e che non soffro di allucinazioni, sono giunta all’unica conclusione possibile: quella foto l’ho scattata con l’immaginazione. Ok, forse un po’ pazza lo sono, ma come spiegarlo altrimenti? L’emozione provata alla vista di Babbo Natale era stata talmente intensa che l’avevo cristallizzata in un fermoimmagine a mio uso e consumo personale. Ci avevo persino costruito il backstage, con mio padre pronto a immortalare l’immagine con la sua vecchia Kodak Instamatic. Se rovisto un po’ meglio tra i ricordi sento addirittura il calore della sua presenza alle mie spalle mentre riprendeva lo storico evento, l’aroma del suo dopobarba, il ronzio dello scatto.

Quella foto dunque esiste. Forse non su carta, ma dentro di me esiste. L’ha scattata la mia fantasia prendendo spunto da un fatto realmente accaduto. L’ho conservata negli archivi della mia memoria e da lì l’ho tirata fuori ogni volta che volevo rivivere la magia di quel momento. Me ne sono servita per cercare gioia quando ero triste, per sentire suoni e profumi di casa e di persone amate che non ci sono più, per fuggire dalla grigia quotidianità e tuffarmi nel mondo brillante e colorato dei bambini.

Spingendomi ancora un poco più in là con il ragionamento ho avuto la mia personale Epifania fotografica. Beh sì, anche io come Babbo sono in anticipo sul calendario. Comunque sia, grazie a questa foto-non-foto ho capito perché amo la Fotografia, perché amo fotografare.

Ogni foto per me racchiude un mondo, un racconto, una realtà parallela. Ogni foto è una vita, un’altra vita che mi regalo semplicemente fotografando. Poco importa poi se la macchina fotografica non c’è! Bastano i miei occhi, come con Nikolaus.  E sono sempre foto in altissima definizione, anche quando sono offuscate dalle emozioni e dagli anni. La tecnologia non potrà mai arrivare ad eguagliare la perfezione dei miei scatti privati. La stampa non sbiadirà mai, i pixel non potranno mai danneggiarsi. L’immagine sarà sempre definita, tridimensionalmente viva e vibrante dentro di me. Solo mia.

E questo è il più bel regalo che io abbia mai ricevuto da Nikolaus. Sankt Nikolaus.


Milano, 06.12.2015

Nebbia a Milano

date » 22-11-2020 22:28

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Con la nebbia persino Milano ha un suo fascino.
Come un fiore adagiato nel latte.


Milano, 02.12.2015

Il Dubbio

date » 22-11-2020 22:20

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Lacerante dubbio
Mi sto preparando. Scelgo, catalogo, programmo l'ordine di pubblicazione delle foto sul blog. Mi valuto, mi censuro, mi critico.

Per distrarmi un momento apro internet, sbircio cosa fanno gli altri blogger e inciampo in una citazione pesante:

"Le prime 10.000 fotografie sono le peggiori."
Henry Cartier-Bresson

Allora il dubbio mi assale. Ma taccio e continuo a lavorare.


Milano, 01.12.2015

Il Blog, questo sconosciuto.

date » 22-11-2020 22:11

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Ecco, ci sono cascata pure io.
Io che ero soprannominata Miss No-Technology. Poi è arrivato lo smartphone. E dopo il tablet. E poi ancora il navigatore (l'unica ragione per la quale ho smesso di girare su me stessa e sulle circonvallazioni di Milano). Ovviamente Facebook, Twitter, Linkedin e tutti quei social che se non ci sei sembra che tu non esista su questo pianeta.

Ma soprattutto è arrivata "lei", la reflex digitale. Ed è stato di nuovo amore.
Un amore nato in analogico e rifiorito con rinnovata passione quando il mio cervello ha smesso di combattere contro i pregiudizi del "sì, ma la pellicola è un'altra cosa".
Ora siamo praticamente inseparabili, costantemente alla ricerca della Foto, proprio quella con la F maiuscola.

Mentre la ricerca continua, le altre foto, quelle con la F minuscola, si accumulano e reclamano, gelose del nulla, la mia attenzione. Le guardo, rivivo il momento dello scatto, faccio emergere le emozioni che hanno catturato la mia attenzione quando le ho viste dentro di me ancora prima di vederle attraverso il mirino e ricordo il significato della parola fotografia: scrivere con la luce. Sì ma... scrivere per chi? Solo per me?

Ed ecco che arriva l'illuminazione: un Blog! E così ci sono cascata anche io, appunto.
Vabbeh, ma cos'è sto blog?
Per semplificarmi la vita ho concluso che per me sarà un album fotografico online.
Farò errori, ma imparerò. Pubblicherò testi sconclusionati come questo, foto che probabilmente daranno l'impressione di non essere né carne né pesce, ma che metterò qui in attesa di capire cosa rappresentano per me.

Ah, giusto per tranquillizzarvi: anche se a prima vista non si direbbe, sono di poche parole. Parlo molto di più con le foto. Beh, ora che l'ho scritto mi rendo conto che questo potrebbe non suonare molto tranquillizzante...


Milano, 29.11.2015
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