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Forever Young, i Sogni del Sessantotto

Dire Sessantotto equivale a dire Caos e riportare alla memoria i forti venti di rinnovamento che travolsero le masse, messaggere del disagio di differenti categorie sociali: studenti, donne, lavoratori, artisti.
Ma da chi sono formate le masse, se non dagli individui?

Forever Young, i Sogni del Sessantotto, racconta le storie di alcuni dei protagonisti di quegli anni incandescenti, ne sottolinea l’unicità attraverso i loro sogni e scopre con piacevole stupore che in fondo, seppur a distanza di cinquant’anni, né Sogni né Sognatori sono invecchiati.

Dal 25 maggio al 10 giugno 2018, lo spazio culturale ZONA K ha ospitato in mostra questo lavoro in occasione di Milano Photofestival 2018.
Pietro Perotti, Torino 2018 - 
Ho iniziato a sognare quando ho capito che essere poveri non era un destino definito.

Pietro Perotti e lo stabilimento di Fiat Mirafiori sono coetanei. Entrambi sono venuti alla luce nel 1939 e nel tempo i loro destini si sono incrociati, accavallati e scontrati in una sorta di rapporto simbiotico di odio-amore. 
Pietro ha solo due mesi quando il Duce inaugura il nuovo gioiello dell’industria automobilistica italiana, ma la seconda Guerra Mondiale è alle porte e nessuno dei due avrà un’infanzia felice. Tuttavia, mentre FIAT Mirafiori, pur colpita ripetutamente dai bombardamenti, riesce a diventare l’emblema di Torino e dell’industria automobilistica italiana in Europa, Pietro a 11 anni va a lavorare come garzone in una panetteria, per passare a 16 anni alla Tessitura Crespi, dove resterà fino ai 30. E’ qui che inizia a prendere coscienza delle condizioni dei lavoratori, immersi nel rumore infernale e nel pulviscolo di cotone che permea ogni cosa ed entra negli occhi e nei polmoni delle operaie e degli operai del reparto di tessitura. 
Per Pietro il Sessantotto è un punto di non ritorno, il passaggio dal bianco e nero al colore della vita. 
“Ho iniziato a sognare leggendo Lettere a una Professoressa. E’ lì che ho capito che essere poveri non era un destino definito, ma che potevo cambiare. Ho realizzato che contavo in quanto persona.” 
Pietro chiude il suo 1968 dipingendo sul muro della casa parrocchiale un B52 che bombarda un villaggio vietnamita, mentre San Giuseppe, la Madonna e il Bambino se ne vanno. E’ la notte di Natale. 
A luglio dell’anno dopo si trasferisce a Torino, andando ad unirsi alle migliaia di lavoratori che l’azienda sta chiamando a sé da tutta Italia, soprattutto dal Sud. E’ una marea umana, che la città non è preparata ad accogliere. Mancano case, scuole, servizi. Chi non trova subito un alloggio, va a dormire in stazione.
Le condizioni lavorative in fabbrica non sono migliori. Pietro, assunto come addetto agli impianti di termoventilazione, può girare tutti i reparti. Quello che gli si presenta davanti è un inferno dantesco, fatto di rumori striduli, tubi flessibili e convogliatori che si diramano tra i reparti per decine di chilometri, pezzi incandescenti forgiati a colpi di maglio, fumi di grafite utilizzata per pulire gli stampi. “Un giorno un operaio si accasciò al suolo e venne portato via in ambulanza. Morì di infarto, ma nessuno collegò quella morte ai fattori di nocività in cui era costretto a lavorare, alla fatica fisica e al calore.”
Fin dal suo arrivo in FIAT, Pietro si immerge nell’autunno caldo torinese. Le contrapposizioni tra azienda e lavoratori sono molto forti e FIAT reagisce sospendendo un centinaio di operai, che sarà poi costretta a riassumere sotto la pressione delle dimostrazioni. “Quella non fu l’unica vittoria del 1969. In quei mesi ottenemmo le 40 ore settimanali, aumenti salariali uguali per tutti, il riconoscimento dei rappresentanti sindacali sui luoghi di lavoro, nuovi delegati con potere di contrattazione nelle aziende, il diritto di assemblea in fabbrica, parità normativa tra operai e impiegati e la possibilità di eleggere i delegati su scheda bianca.”
Le esistenze di Pietro e della FIAT Mirafiori procedono parallele per oltre un decennio, durante il quale il primo non fa nulla per evitare di essere una fastidiosa spina nel fianco della seconda. Grazie alla sua manualità e al suo estro artistico, Pietro Perotti dissacra l’autorità costituita realizzando coloratissimi pupazzi in gommapiuma che verranno portati nei cortei in occasione di scioperi e manifestazioni. Agnelli, Andreotti, Spadolini… negli anni nessuno si salva dalla sua ironia. 
La lotta tra gli operai, Pietro e la FIAT continua senza esclusione di colpi fino al 1980, in un alternarsi di scioperi, licenziamenti, trattative fallite e promesse mancate, ma è una battaglia sostanzialmente in stallo.
Poi, il 14 ottobre 1980, il punto di svolta. Alcune centinaia di impiegati e dirigenti FIAT si danno appuntamento al Teatro Nuovo per una manifestazione in appoggio all’azienda e per prendere le distanze dai colleghi operai, ma quello che avrebbe dovuto essere un piccolo corteo di poche persone si trasforma velocemente nella Marcia dei Quarantamila, che apre di fatto la strada ad un accordo che il sindacato firmerà il giorno successivo con la proprietà, nonostante il dissenso dei lavoratori. E la sconfitta dei sindacati e dei lavoratori. Quel giorno Umberto Eco dirà “oggi finisce il Sessantotto”.
Il movimento operaio, che per oltre un decennio aveva lottato per i propri diritti, si sfalda rapidamente. Pietro, senza più i suoi compagni, si sente un pesce fuor d’acqua. In un ultimo, simbolico gesto di protesta, sceglie il 25 aprile 1985, quarantesimo anniversario della Liberazione, per dare le sue dimissioni dalla FIAT e recidere così il cordone ombelicale che li ha tenuti legati per oltre venti anni. Oggi continua a prendersi gioco del sistema realizzando le maschere dei politici e dei personaggi che aveva fatto sfilare in corteo nel Sessantotto.

Qui sopra, Pietro Perotti tra le maschere di gommapiuma di sua creazione.
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Pietro Perotti, Torino 2018

Ho iniziato a sognare quando ho capito che essere poveri non era un destino definito.

Pietro Perotti e lo stabilimento di Fiat Mirafiori sono coetanei. Entrambi sono venuti alla luce nel 1939 e nel tempo i loro destini si sono incrociati, accavallati e scontrati in una sorta di rapporto simbiotico di odio-amore.
Pietro ha solo due mesi quando il Duce inaugura il nuovo gioiello dell’industria automobilistica italiana, ma la seconda Guerra Mondiale è alle porte e nessuno dei due avrà un’infanzia felice. Tuttavia, mentre FIAT Mirafiori, pur colpita ripetutamente dai bombardamenti, riesce a diventare l’emblema di Torino e dell’industria automobilistica italiana in Europa, Pietro a 11 anni va a lavorare come garzone in una panetteria, per passare a 16 anni alla Tessitura Crespi, dove resterà fino ai 30. E’ qui che inizia a prendere coscienza delle condizioni dei lavoratori, immersi nel rumore infernale e nel pulviscolo di cotone che permea ogni cosa ed entra negli occhi e nei polmoni delle operaie e degli operai del reparto di tessitura.
Per Pietro il Sessantotto è un punto di non ritorno, il passaggio dal bianco e nero al colore della vita.
“Ho iniziato a sognare leggendo Lettere a una Professoressa. E’ lì che ho capito che essere poveri non era un destino definito, ma che potevo cambiare. Ho realizzato che contavo in quanto persona.”
Pietro chiude il suo 1968 dipingendo sul muro della casa parrocchiale un B52 che bombarda un villaggio vietnamita, mentre San Giuseppe, la Madonna e il Bambino se ne vanno. E’ la notte di Natale.
A luglio dell’anno dopo si trasferisce a Torino, andando ad unirsi alle migliaia di lavoratori che l’azienda sta chiamando a sé da tutta Italia, soprattutto dal Sud. E’ una marea umana, che la città non è preparata ad accogliere. Mancano case, scuole, servizi. Chi non trova subito un alloggio, va a dormire in stazione.
Le condizioni lavorative in fabbrica non sono migliori. Pietro, assunto come addetto agli impianti di termoventilazione, può girare tutti i reparti. Quello che gli si presenta davanti è un inferno dantesco, fatto di rumori striduli, tubi flessibili e convogliatori che si diramano tra i reparti per decine di chilometri, pezzi incandescenti forgiati a colpi di maglio, fumi di grafite utilizzata per pulire gli stampi. “Un giorno un operaio si accasciò al suolo e venne portato via in ambulanza. Morì di infarto, ma nessuno collegò quella morte ai fattori di nocività in cui era costretto a lavorare, alla fatica fisica e al calore.”
Fin dal suo arrivo in FIAT, Pietro si immerge nell’autunno caldo torinese. Le contrapposizioni tra azienda e lavoratori sono molto forti e FIAT reagisce sospendendo un centinaio di operai, che sarà poi costretta a riassumere sotto la pressione delle dimostrazioni. “Quella non fu l’unica vittoria del 1969. In quei mesi ottenemmo le 40 ore settimanali, aumenti salariali uguali per tutti, il riconoscimento dei rappresentanti sindacali sui luoghi di lavoro, nuovi delegati con potere di contrattazione nelle aziende, il diritto di assemblea in fabbrica, parità normativa tra operai e impiegati e la possibilità di eleggere i delegati su scheda bianca.”
Le esistenze di Pietro e della FIAT Mirafiori procedono parallele per oltre un decennio, durante il quale il primo non fa nulla per evitare di essere una fastidiosa spina nel fianco della seconda. Grazie alla sua manualità e al suo estro artistico, Pietro Perotti dissacra l’autorità costituita realizzando coloratissimi pupazzi in gommapiuma che verranno portati nei cortei in occasione di scioperi e manifestazioni. Agnelli, Andreotti, Spadolini… negli anni nessuno si salva dalla sua ironia.
La lotta tra gli operai, Pietro e la FIAT continua senza esclusione di colpi fino al 1980, in un alternarsi di scioperi, licenziamenti, trattative fallite e promesse mancate, ma è una battaglia sostanzialmente in stallo.
Poi, il 14 ottobre 1980, il punto di svolta. Alcune centinaia di impiegati e dirigenti FIAT si danno appuntamento al Teatro Nuovo per una manifestazione in appoggio all’azienda e per prendere le distanze dai colleghi operai, ma quello che avrebbe dovuto essere un piccolo corteo di poche persone si trasforma velocemente nella Marcia dei Quarantamila, che apre di fatto la strada ad un accordo che il sindacato firmerà il giorno successivo con la proprietà, nonostante il dissenso dei lavoratori. E la sconfitta dei sindacati e dei lavoratori. Quel giorno Umberto Eco dirà “oggi finisce il Sessantotto”.
Il movimento operaio, che per oltre un decennio aveva lottato per i propri diritti, si sfalda rapidamente. Pietro, senza più i suoi compagni, si sente un pesce fuor d’acqua. In un ultimo, simbolico gesto di protesta, sceglie il 25 aprile 1985, quarantesimo anniversario della Liberazione, per dare le sue dimissioni dalla FIAT e recidere così il cordone ombelicale che li ha tenuti legati per oltre venti anni. Oggi continua a prendersi gioco del sistema realizzando le maschere dei politici e dei personaggi che aveva fatto sfilare in corteo nel Sessantotto.

Qui sopra, Pietro Perotti tra le maschere di gommapiuma di sua creazione.
Pietro Perotti, Torino 1985 - La lettera di dimissioni di Pietro Perotti da Fiat Mirafiori, datata 25 aprile 1985
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Pietro Perotti, Torino 1985
La lettera di dimissioni di Pietro Perotti da Fiat Mirafiori, datata 25 aprile 1985
Agostino Aconiti e Massimo Zampa, Roma 2018 - 
Questa notte non sognerò nulla, la mia vita è stata un sogno.

Il Sessantotto ha mandato in frantumi parecchie convenzioni e divelto lo status quo di baroni di vario genere, ma ha creato anche amicizie speciali, che si sono temprate al fuoco di ideali condivisi e di esperienze comuni. E’ il caso di Agostino e Massimo, che il Sessantotto ha fatto incontrare sui banchi del liceo nel 1969. 
“Fu subito amicizia vera” esordisce Massimo. “Frequentavamo la stessa classe al liceo artistico alla Garbatella. Da allora non abbiamo mai smesso di essere amici.” “Il nostro professore di scultura aveva creato un gruppo di studio composto da Massimo, me e altri tre compagni di classe” aggiunge Agostino. “Per scherzo ci siamo soprannominati il Super Gruppo.” 
Grazie al Super Gruppo, i ragazzi imparano il valore della coesione. “Il professore ci fece entrare come garzoni di bottega nel laboratorio dello scultore Pericle Fazzini, che stava iniziando a lavorare alla scultura per la Sala Nervi in Vaticano. Ovviamente l’opera è sua, ma era inimmaginabile che potesse realizzarla da solo. C’era una squadra vera e propria che lavorava a quella scultura e noi ne facevamo parte. Qualche piccola piallata a quella meraviglia l’abbiamo data anche noi” ricorda Agostino. 
Ma il Super Gruppo non è solo impegno e studio. Il gruppo rafforza anche le personalità dei ragazzi e consolida la loro determinazione nell’affermarsi nei confronti di istituzioni familiari e sociali che il Sessantotto ha messo in discussione. “Andavo in giro con i capelli lunghi, non solo perché era la moda del momento, ma soprattutto perché rappresentavano una sfida alla mia famiglia” spiega Massimo. “Mi chiedevano, ma dove vai conciato in quel modo? E io allora li facevo crescere ancora di più.” 
Sul versante sociale, Agostino e Massimo iniziano a partecipare alle occupazioni e ai collettivi. “I collettivi erano sempre particolarmente affollati. Eravamo tutti uniti contro il nemico da abbattere” spiega Agostino. Il nemico è il Sistema, come in quegli anni verrà soprannominato l’ordine costituito di qualsiasi tipo, dalla scuola, alla famiglia, alla fabbrica. “Capii che per cambiare il Sistema avrei dovuto imparare a conoscerlo, altrimenti qualcuno, sopra di me, avrebbe potuto condizionarmi e decidere della mia vita.”
A fare da colonna sonora a questo fermento personale e sociale, la musica rock. “Il rock è roba nostra e non ce lo può levare nessuno” si infervora Massimo. “I Led Zeppelin, i Doors… la musica ha fatto parecchio per noi. I concerti erano un momento di aggregazione fenomenale.” 
Oltre al rock, l’amicizia di Massimo e Agostino batte anche un altro ritmo. Entrambi, infatti, entrano a far parte del Canzoniere Internazionale, il celebre gruppo di artisti nato a Roma agli inizi degli anni ’70 che usava la musica come strumento di ribellione politica. “Io ero il servo di scena, il tuttofare insomma” dice Massimo, “mentre Agostino, che a differenza mia aveva una bella voce, per un anno e mezzo circa ha preso parte sia agli spettacoli musicali che a quelli teatrali.” 
“A un certo punto, però, la favola della Rivoluzione è finita” dice Agostino. “Certamente il terrorismo colpì negativamente l’opinione pubblica, incrinando l’appoggio che questa aveva sempre dato alle rivendicazioni studentesche e della classe operaia. Però ci fu un passo indietro anche da parte di chi fino a quel momento aveva combattuto per cambiare le cose. Chi ne aveva la possibilità rientrò nel sistema che tanto aveva combattuto. Alla fine ha vinto la Coca Cola. Perfino il look rivoluzionario del Sessantottino si è trasformato in Sistema, nel momento in cui i jeans sfrangiati sono finiti sul mercato.” 
Obtorto collo, nel Sistema ci sono rientrati anche Massimo e Agostino. Il primo si alza tutte le mattine alle cinque per andare a Campo dei Fiori ad aprire lo storico banco di frutta e verdura di famiglia, mentre il secondo ha avviato un’attività di bed & breakfast a San Paolo fuori le Mura. Ciononostante, le braci della contestazioni hanno continuato ad ardere in entrambi.  
“Finché la politica avrà questi costi e questi personaggi, io a votare non ci vado più” dichiara Massimo. “Quelli che si riuniscono in Parlamento per decidere se dare ottanta euro al mese a un povero disgraziato sono gli stessi che il venerdì vengono da me a riempirsi le cambuse prima di partire per il fine settimana in barca con gli amici. E’ una cosa che non sopporto più.”
“Mi sono permesso il lusso di dire parecchi no” conclude Agostino, “e nella vita bisogna dare il giusto valore anche ai no, non solo alle cose che hai ottenuto.”
Massimo e Agostino chiudono ricordando un loro compagno del Super Gruppo, Roberto Iannilli, deceduto nel 2016 mentre scalava il Gran Sasso e che in un video registrato poco prima della disgrazia dice “questa notte non sognerò nulla; la mia vita è stata un sogno.”

Qui sopra, Agostino e Massimo giocano a campana in un parco di Roma.
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Agostino Aconiti e Massimo Zampa, Roma 2018

Questa notte non sognerò nulla, la mia vita è stata un sogno.

Il Sessantotto ha mandato in frantumi parecchie convenzioni e divelto lo status quo di baroni di vario genere, ma ha creato anche amicizie speciali, che si sono temprate al fuoco di ideali condivisi e di esperienze comuni. E’ il caso di Agostino e Massimo, che il Sessantotto ha fatto incontrare sui banchi del liceo nel 1969.
“Fu subito amicizia vera” esordisce Massimo. “Frequentavamo la stessa classe al liceo artistico alla Garbatella. Da allora non abbiamo mai smesso di essere amici.” “Il nostro professore di scultura aveva creato un gruppo di studio composto da Massimo, me e altri tre compagni di classe” aggiunge Agostino. “Per scherzo ci siamo soprannominati il Super Gruppo.”
Grazie al Super Gruppo, i ragazzi imparano il valore della coesione. “Il professore ci fece entrare come garzoni di bottega nel laboratorio dello scultore Pericle Fazzini, che stava iniziando a lavorare alla scultura per la Sala Nervi in Vaticano. Ovviamente l’opera è sua, ma era inimmaginabile che potesse realizzarla da solo. C’era una squadra vera e propria che lavorava a quella scultura e noi ne facevamo parte. Qualche piccola piallata a quella meraviglia l’abbiamo data anche noi” ricorda Agostino.
Ma il Super Gruppo non è solo impegno e studio. Il gruppo rafforza anche le personalità dei ragazzi e consolida la loro determinazione nell’affermarsi nei confronti di istituzioni familiari e sociali che il Sessantotto ha messo in discussione. “Andavo in giro con i capelli lunghi, non solo perché era la moda del momento, ma soprattutto perché rappresentavano una sfida alla mia famiglia” spiega Massimo. “Mi chiedevano, ma dove vai conciato in quel modo? E io allora li facevo crescere ancora di più.”
Sul versante sociale, Agostino e Massimo iniziano a partecipare alle occupazioni e ai collettivi. “I collettivi erano sempre particolarmente affollati. Eravamo tutti uniti contro il nemico da abbattere” spiega Agostino. Il nemico è il Sistema, come in quegli anni verrà soprannominato l’ordine costituito di qualsiasi tipo, dalla scuola, alla famiglia, alla fabbrica. “Capii che per cambiare il Sistema avrei dovuto imparare a conoscerlo, altrimenti qualcuno, sopra di me, avrebbe potuto condizionarmi e decidere della mia vita.”
A fare da colonna sonora a questo fermento personale e sociale, la musica rock. “Il rock è roba nostra e non ce lo può levare nessuno” si infervora Massimo. “I Led Zeppelin, i Doors… la musica ha fatto parecchio per noi. I concerti erano un momento di aggregazione fenomenale.”
Oltre al rock, l’amicizia di Massimo e Agostino batte anche un altro ritmo. Entrambi, infatti, entrano a far parte del Canzoniere Internazionale, il celebre gruppo di artisti nato a Roma agli inizi degli anni ’70 che usava la musica come strumento di ribellione politica. “Io ero il servo di scena, il tuttofare insomma” dice Massimo, “mentre Agostino, che a differenza mia aveva una bella voce, per un anno e mezzo circa ha preso parte sia agli spettacoli musicali che a quelli teatrali.”
“A un certo punto, però, la favola della Rivoluzione è finita” dice Agostino. “Certamente il terrorismo colpì negativamente l’opinione pubblica, incrinando l’appoggio che questa aveva sempre dato alle rivendicazioni studentesche e della classe operaia. Però ci fu un passo indietro anche da parte di chi fino a quel momento aveva combattuto per cambiare le cose. Chi ne aveva la possibilità rientrò nel sistema che tanto aveva combattuto. Alla fine ha vinto la Coca Cola. Perfino il look rivoluzionario del Sessantottino si è trasformato in Sistema, nel momento in cui i jeans sfrangiati sono finiti sul mercato.”
Obtorto collo, nel Sistema ci sono rientrati anche Massimo e Agostino. Il primo si alza tutte le mattine alle cinque per andare a Campo dei Fiori ad aprire lo storico banco di frutta e verdura di famiglia, mentre il secondo ha avviato un’attività di bed & breakfast a San Paolo fuori le Mura. Ciononostante, le braci della contestazioni hanno continuato ad ardere in entrambi.
“Finché la politica avrà questi costi e questi personaggi, io a votare non ci vado più” dichiara Massimo. “Quelli che si riuniscono in Parlamento per decidere se dare ottanta euro al mese a un povero disgraziato sono gli stessi che il venerdì vengono da me a riempirsi le cambuse prima di partire per il fine settimana in barca con gli amici. E’ una cosa che non sopporto più.”
“Mi sono permesso il lusso di dire parecchi no” conclude Agostino, “e nella vita bisogna dare il giusto valore anche ai no, non solo alle cose che hai ottenuto.”
Massimo e Agostino chiudono ricordando un loro compagno del Super Gruppo, Roberto Iannilli, deceduto nel 2016 mentre scalava il Gran Sasso e che in un video registrato poco prima della disgrazia dice “questa notte non sognerò nulla; la mia vita è stata un sogno.”

Qui sopra, Agostino e Massimo giocano a campana in un parco di Roma.
Agostino Aconiti e Massimo Zampa, Roma 1968 - Agostino e Massimo non hanno mai perso la leggerezza che da cinquant’anni caratterizza la loro amicizia.
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Agostino Aconiti e Massimo Zampa, Roma 1968
Agostino e Massimo non hanno mai perso la leggerezza che da cinquant’anni caratterizza la loro amicizia.
Cosimo Scarinzi, Torino 2018 - 
Questo è il sogno per cui continuo a fare quello che faccio da cinquant’anni.

Per Cosimo Scarinzi, classe 1950, è in famiglia che avvengono i primi contatti con la politica. Il padre è un liberal-conservatore flessibile, nel senso che è disposto a scioperare con i comunisti, se ritiene che la piattaforma ideologica della loro protesta sia coerente con i suoi princìpi. Il nonno materno è segretario di sezione del PSI. La famiglia di Cosimo è decisamente orientata alla liberalizzazione personale e non lo ostacola quando inizierà a frequentare l’ambiente anarchico e il circolo del Ponte della Ghisolfa nella Milano della fine degli anni ’60.
“A dire il vero mio padre avrebbe preferito sapermi comunista, piuttosto che anarchico. Quello del comunismo era uno schema che riusciva a comprendere. Ma non insistette più di tanto. D’altronde, nel 1968 la preoccupazione maggiore per mio padre erano le mie sorelle. Secondo la sua visione del mondo, erano delle puttane, ma visto che erano figlie sue, non potevano esserlo.” Se l’ipotesi della libertà sessuale e la rottura di vecchi stereotipi vengono viste con sospetto, se applicate alle ragazze di casa Scarinzi, nulla osta che Cosimo, invece, approfitti del vento di cambiamento che imperversa nel Sessantotto. “Prima non succedeva mai nulla e se succedeva, era un miracolo. Poi, all’improvviso, ti arriva addosso la liberazione della pratica sessuale.”
Il coinvolgimento di Cosimo nel milieu anarchico è del tutto casuale, ma non completamente estraneo alla sua nuova socialità. “Corteggiavo una compagna di liceo, il cui fratello era un anarchico. Con la ragazza non conclusi nulla, ma rimasi amico del fratello” spiega Cosimo. “In quel periodo, al Ponte della Ghisolfa, tra manifestazioni e scontri ne combinammo di tutti i colori. Poi, però, a dicembre del ’69 ci furono la strage di Piazza Fontana e l’omicidio Pinelli e lì molti di noi, me compreso, furono costretti a fare i conti con la paura e con la morte.” Quegli eventi e una formazione letteraria, più che politica, incentrata su Gobetti, Russell e Gramsci, porteranno Cosimo alla convinzione che “un’ipotesi di rivoluzione libertaria non può che fare perno sui lavoratori.” Da questa presa di coscienza nascono i suoi primi approcci con il mondo del sindacato. 
Poco dopo Cosimo si trasferisce a Torino, dove andrà a vivere in una comune e dove avrà le prime esperienze di lavoro – “sempre preso e lasciato, ma in quegli anni ce n’era talmente tanto, di lavoro, che quando non ce l’avevo, non mi preoccupavo.” Parallelamente, l’impegno di Cosimo nel mondo del sindacato si fa sempre più coinvolgente. Per le sue origini sociali non proletarie e per gli strumenti culturali che ha a disposizione, Cosimo inizia a essere considerato nell’ambiente sindacalista come un funzionario, cosa che lo porterà, lungo il corso degli anni ’70, a occuparsi dell’organizzazione delle attività di lotta nelle fabbriche. “Fu un periodo molto intenso di anarco-operaismo” dice Cosimo. 
Alla fine degli anni ’70, tuttavia, la perdita di intensità del conflitto sociale, fortemente influenzato dal terrorismo, il dilagare della cassa integrazione e le sconfitte dei lavoratori convincono Cosimo che la lotta sindacale, in quella forma, non può più funzionare. Negli anni che seguono, Cosimo torna a vivere a Milano e poi nuovamente a Torino, entrando nel frattempo nel mondo scolastico e, di conseguenza, nel movimento di unità di base della scuola. “La scelta del sindacalismo alternativo del CUB, del quale sono uno dei fondatori, ha segnato il passaggio dalla lotta attiva al lavoro dietro le quinte. Prima ero un agitatore e un teorico, poi sono diventato un organizzatore, alle prese con gli aspetti pratici della vita del sindacato, sempre nell’ottica della tutela del lavoratore.” 
Cosimo non rimpiange questa scelta di vita, anzi, scopre che il lavoro dell’organizzatore gli piace, a tal punto che decide di lasciare la scuola e di dedicarsi a tempo pieno al CUB. “Sono una persona pragmatica. Il gusto dell’eccesso non mi è mai appartenuto. Ho sempre avuto una visione per alcuni versi fredda dell’anarchismo, preferendo dedicarmi ai problemi concreti. Quando conduci una vertenza e salvi trenta posti di lavoro, nella mia mentalità hai ottenuto un risultato concreto. Se fai un tafferuglio in piazza, dove il massimo del risultato sono sei poliziotti in ospedale, non hai fatto alcun danno, hai solo colpito i servi dell’avversario. Non ho tuttavia l’ipocrisia di negare che non avrei remore morali a usare la forza, se fosse necessario. Nello scontro sociale ci si fa inevitabilmente male, ma l’esito positivo deve eccedere gli aspetti negativi dell’azione.”
Potrebbe tornare un nuovo Sessantotto? “No. Il Sessantotto ha già vinto. I temi specifici di quell’epoca, come la rivoluzione femminista, quella omosessuale, quella dei costumi hanno vinto. Vedo più possibile un altro 1969, con il suo intreccio di lotte operaie, anche se la composizione di classe oggi è differente. Comunque questo è il sogno per cui continuo a fare quello che faccio da cinquant’anni.”

Qui sopra, Cosimo Scarinzi durante una manifestazione del CUB a sostegno delle lavoratrici di una struttura sanitaria in provincia di Torino
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Cosimo Scarinzi, Torino 2018

Questo è il sogno per cui continuo a fare quello che faccio da cinquant’anni.

Per Cosimo Scarinzi, classe 1950, è in famiglia che avvengono i primi contatti con la politica. Il padre è un liberal-conservatore flessibile, nel senso che è disposto a scioperare con i comunisti, se ritiene che la piattaforma ideologica della loro protesta sia coerente con i suoi princìpi. Il nonno materno è segretario di sezione del PSI. La famiglia di Cosimo è decisamente orientata alla liberalizzazione personale e non lo ostacola quando inizierà a frequentare l’ambiente anarchico e il circolo del Ponte della Ghisolfa nella Milano della fine degli anni ’60.
“A dire il vero mio padre avrebbe preferito sapermi comunista, piuttosto che anarchico. Quello del comunismo era uno schema che riusciva a comprendere. Ma non insistette più di tanto. D’altronde, nel 1968 la preoccupazione maggiore per mio padre erano le mie sorelle. Secondo la sua visione del mondo, erano delle puttane, ma visto che erano figlie sue, non potevano esserlo.” Se l’ipotesi della libertà sessuale e la rottura di vecchi stereotipi vengono viste con sospetto, se applicate alle ragazze di casa Scarinzi, nulla osta che Cosimo, invece, approfitti del vento di cambiamento che imperversa nel Sessantotto. “Prima non succedeva mai nulla e se succedeva, era un miracolo. Poi, all’improvviso, ti arriva addosso la liberazione della pratica sessuale.”
Il coinvolgimento di Cosimo nel milieu anarchico è del tutto casuale, ma non completamente estraneo alla sua nuova socialità. “Corteggiavo una compagna di liceo, il cui fratello era un anarchico. Con la ragazza non conclusi nulla, ma rimasi amico del fratello” spiega Cosimo. “In quel periodo, al Ponte della Ghisolfa, tra manifestazioni e scontri ne combinammo di tutti i colori. Poi, però, a dicembre del ’69 ci furono la strage di Piazza Fontana e l’omicidio Pinelli e lì molti di noi, me compreso, furono costretti a fare i conti con la paura e con la morte.” Quegli eventi e una formazione letteraria, più che politica, incentrata su Gobetti, Russell e Gramsci, porteranno Cosimo alla convinzione che “un’ipotesi di rivoluzione libertaria non può che fare perno sui lavoratori.” Da questa presa di coscienza nascono i suoi primi approcci con il mondo del sindacato.
Poco dopo Cosimo si trasferisce a Torino, dove andrà a vivere in una comune e dove avrà le prime esperienze di lavoro – “sempre preso e lasciato, ma in quegli anni ce n’era talmente tanto, di lavoro, che quando non ce l’avevo, non mi preoccupavo.” Parallelamente, l’impegno di Cosimo nel mondo del sindacato si fa sempre più coinvolgente. Per le sue origini sociali non proletarie e per gli strumenti culturali che ha a disposizione, Cosimo inizia a essere considerato nell’ambiente sindacalista come un funzionario, cosa che lo porterà, lungo il corso degli anni ’70, a occuparsi dell’organizzazione delle attività di lotta nelle fabbriche. “Fu un periodo molto intenso di anarco-operaismo” dice Cosimo.
Alla fine degli anni ’70, tuttavia, la perdita di intensità del conflitto sociale, fortemente influenzato dal terrorismo, il dilagare della cassa integrazione e le sconfitte dei lavoratori convincono Cosimo che la lotta sindacale, in quella forma, non può più funzionare. Negli anni che seguono, Cosimo torna a vivere a Milano e poi nuovamente a Torino, entrando nel frattempo nel mondo scolastico e, di conseguenza, nel movimento di unità di base della scuola. “La scelta del sindacalismo alternativo del CUB, del quale sono uno dei fondatori, ha segnato il passaggio dalla lotta attiva al lavoro dietro le quinte. Prima ero un agitatore e un teorico, poi sono diventato un organizzatore, alle prese con gli aspetti pratici della vita del sindacato, sempre nell’ottica della tutela del lavoratore.”
Cosimo non rimpiange questa scelta di vita, anzi, scopre che il lavoro dell’organizzatore gli piace, a tal punto che decide di lasciare la scuola e di dedicarsi a tempo pieno al CUB. “Sono una persona pragmatica. Il gusto dell’eccesso non mi è mai appartenuto. Ho sempre avuto una visione per alcuni versi fredda dell’anarchismo, preferendo dedicarmi ai problemi concreti. Quando conduci una vertenza e salvi trenta posti di lavoro, nella mia mentalità hai ottenuto un risultato concreto. Se fai un tafferuglio in piazza, dove il massimo del risultato sono sei poliziotti in ospedale, non hai fatto alcun danno, hai solo colpito i servi dell’avversario. Non ho tuttavia l’ipocrisia di negare che non avrei remore morali a usare la forza, se fosse necessario. Nello scontro sociale ci si fa inevitabilmente male, ma l’esito positivo deve eccedere gli aspetti negativi dell’azione.”
Potrebbe tornare un nuovo Sessantotto? “No. Il Sessantotto ha già vinto. I temi specifici di quell’epoca, come la rivoluzione femminista, quella omosessuale, quella dei costumi hanno vinto. Vedo più possibile un altro 1969, con il suo intreccio di lotte operaie, anche se la composizione di classe oggi è differente. Comunque questo è il sogno per cui continuo a fare quello che faccio da cinquant’anni.”

Qui sopra, Cosimo Scarinzi durante una manifestazione del CUB a sostegno delle lavoratrici di una struttura sanitaria in provincia di Torino
Cosimo Scarinzi, Milano 1968 - Fino al 1968, l'abbigliamento formale era d'obbligo anche per i ragazzi più giovani come Cosimo.
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Cosimo Scarinzi, Milano 1968
Fino al 1968, l'abbigliamento formale era d'obbligo anche per i ragazzi più giovani come Cosimo.
Daniela Pesci, Roma 2018 - 
Il sogno era la rotondità, era un mondo senza più spigoli.

Il Sessantotto insegue Daniela dal 1968, quando non era che una ragazzina di tredici anni, e da allora non l’ha mai abbandonata. L’ha trasformata da adolescente, ribelle e forse anche un po’ romantica, in una donna dagli ideali forti, che non teme di ammettere le proprie sconfitte e che non si vanta delle vittorie.
“Nel 1968 ero davvero giovane, mi ero affacciata al mondo in quel momento, ma mi piacevano tutti questi discorsi che parlavano di armonia” racconta Daniela. “Era tutto perfetto. Il mio sogno era proprio la rotondità, un mondo senza più spigoli, dove tutto aveva un senso e dove tutto poteva coesistere”. 
Da quel momento in poi, Daniela non cesserà mai di battersi per difendere il suo sogno d’armonia. “Partecipavo ai cortei. Avevo quindici anni, mettevo la minigonna e a casa dicevo che andavo al cinema, invece mi univo alle manifestazioni”.
Quando pochi anni dopo fa il suo ingresso nel mondo del lavoro, Daniela è una giovane donna dalle idee chiare, alla quale i compagni di lavoro riconoscono naturali doti di leadership. “Nel 1974 occupammo la fabbrica metalmeccanica di Pomezia dove lavoravo. Il padrone voleva chiudere, nonostante avessimo commesse sufficienti per continuare a produrre. Fui io a bloccarlo e a impedirgli di lasciare lo stabilimento. Lui aveva già i registri in mano, pronto a scappare. Era di Roma ed era venuto a Pomezia, il primo avamposto industriale della Cassa del Mezzogiorno, per incassare le sovvenzioni e poi andarsene a tasche piene alla prima occasione.”  
I dipendenti continuano per quanto possibile a mandare avanti lo stabilimento in autogestione, ma un poco alla volta tutti trovano un’altra collocazione. Daniela finisce a lavorare come operaia in un’azienda nel settore degli armamenti. “Lì fu pesante. Fabbricavamo armi o comunque qualcosa di bellico. Ogni tanto io interrompevo la catena, appellandomi al diritto di conoscere l’intero processo produttivo e non solo il piccolo pezzo assegnatomi, cosa che era stata riconosciuta alienante per la dignità dell’operaio. Ovviamente ne approfittavo, il mio era un atteggiamento evidentemente provocatorio. Infatti poco dopo mi offrirono del denaro perché lasciassi l’azienda. Accettai”. 
Chiusa l’esperienza in fabbrica, Daniela trova lavoro come inviata di un cinegiornale. “Era un’agenzia privata, l’ufficio era a casa del titolare, a Trastevere. Le riunioni del mattino si facevano in terrazzo. Fu un sogno, pareva di stare al centro del mondo!” dice Daniela. “Però sentivo sempre il capo lamentarsi del fatto che non avevamo soldi, che rischiavamo di chiudere. Così decisi di prestargli i soldi che avevo avuto con la liquidazione del lavoro precedente.  Non ti dico per recuperarli, fu una vera e propria impresa…! Lo capisci però il sogno quale era? Li ho io i soldi che ti servono, te li presto! Era ingenuità, fiducia.”
Oggi Daniela lavora all’ufficio stampa del dipartimento penitenziario a Roma. Ci arriva forte della sua esperienza di educatrice carceraria, dove ha dovuto definitivamente ridimensionare la sua convinzione di poter cambiare il mondo. Proprio questo particolare porta Daniela alle riflessioni finali del suo racconto. “Un rimpianto ce l’ho. Essere stata per tanti anni dentro al sistema che ho sempre combattuto, quando invece avrei voluto mandare tutto a quel paese. Con il senno di poi, oggi raccomando a tutti di inseguire i propri sogni senza ripensamenti. Quando lo fai, ti si apre il mondo! Io non sempre ne ho avuto il coraggio, ma nonostante tutto non ho mai smesso di sognare.”

Qui sopra, Daniela si racconta, seduta al tavolo di una cooperativa agricola alle porte di Roma.
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Daniela Pesci, Roma 2018

Il sogno era la rotondità, era un mondo senza più spigoli.

Il Sessantotto insegue Daniela dal 1968, quando non era che una ragazzina di tredici anni, e da allora non l’ha mai abbandonata. L’ha trasformata da adolescente, ribelle e forse anche un po’ romantica, in una donna dagli ideali forti, che non teme di ammettere le proprie sconfitte e che non si vanta delle vittorie.
“Nel 1968 ero davvero giovane, mi ero affacciata al mondo in quel momento, ma mi piacevano tutti questi discorsi che parlavano di armonia” racconta Daniela. “Era tutto perfetto. Il mio sogno era proprio la rotondità, un mondo senza più spigoli, dove tutto aveva un senso e dove tutto poteva coesistere”.
Da quel momento in poi, Daniela non cesserà mai di battersi per difendere il suo sogno d’armonia. “Partecipavo ai cortei. Avevo quindici anni, mettevo la minigonna e a casa dicevo che andavo al cinema, invece mi univo alle manifestazioni”.
Quando pochi anni dopo fa il suo ingresso nel mondo del lavoro, Daniela è una giovane donna dalle idee chiare, alla quale i compagni di lavoro riconoscono naturali doti di leadership. “Nel 1974 occupammo la fabbrica metalmeccanica di Pomezia dove lavoravo. Il padrone voleva chiudere, nonostante avessimo commesse sufficienti per continuare a produrre. Fui io a bloccarlo e a impedirgli di lasciare lo stabilimento. Lui aveva già i registri in mano, pronto a scappare. Era di Roma ed era venuto a Pomezia, il primo avamposto industriale della Cassa del Mezzogiorno, per incassare le sovvenzioni e poi andarsene a tasche piene alla prima occasione.”
I dipendenti continuano per quanto possibile a mandare avanti lo stabilimento in autogestione, ma un poco alla volta tutti trovano un’altra collocazione. Daniela finisce a lavorare come operaia in un’azienda nel settore degli armamenti. “Lì fu pesante. Fabbricavamo armi o comunque qualcosa di bellico. Ogni tanto io interrompevo la catena, appellandomi al diritto di conoscere l’intero processo produttivo e non solo il piccolo pezzo assegnatomi, cosa che era stata riconosciuta alienante per la dignità dell’operaio. Ovviamente ne approfittavo, il mio era un atteggiamento evidentemente provocatorio. Infatti poco dopo mi offrirono del denaro perché lasciassi l’azienda. Accettai”.
Chiusa l’esperienza in fabbrica, Daniela trova lavoro come inviata di un cinegiornale. “Era un’agenzia privata, l’ufficio era a casa del titolare, a Trastevere. Le riunioni del mattino si facevano in terrazzo. Fu un sogno, pareva di stare al centro del mondo!” dice Daniela. “Però sentivo sempre il capo lamentarsi del fatto che non avevamo soldi, che rischiavamo di chiudere. Così decisi di prestargli i soldi che avevo avuto con la liquidazione del lavoro precedente. Non ti dico per recuperarli, fu una vera e propria impresa…! Lo capisci però il sogno quale era? Li ho io i soldi che ti servono, te li presto! Era ingenuità, fiducia.”
Oggi Daniela lavora all’ufficio stampa del dipartimento penitenziario a Roma. Ci arriva forte della sua esperienza di educatrice carceraria, dove ha dovuto definitivamente ridimensionare la sua convinzione di poter cambiare il mondo. Proprio questo particolare porta Daniela alle riflessioni finali del suo racconto. “Un rimpianto ce l’ho. Essere stata per tanti anni dentro al sistema che ho sempre combattuto, quando invece avrei voluto mandare tutto a quel paese. Con il senno di poi, oggi raccomando a tutti di inseguire i propri sogni senza ripensamenti. Quando lo fai, ti si apre il mondo! Io non sempre ne ho avuto il coraggio, ma nonostante tutto non ho mai smesso di sognare.”

Qui sopra, Daniela si racconta, seduta al tavolo di una cooperativa agricola alle porte di Roma.
Daniela Pesci, Roma 1968 - Il perseguimento dell’armonia è stato basilare nella storia di Daniela.
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Daniela Pesci, Roma 1968
Il perseguimento dell’armonia è stato basilare nella storia di Daniela.
Enzo Minervini, Milano 2018 - 
L’accanita ricerca di una qualche attività sessuale, uno spasmodico interesse per i film d’autore, le boccette e, magari, la moto. Dal libro Cocktail, Istruzioni per l’Uso – Gigi Zazzeri.
	
Festival dei Due Mondi di Spoleto, 1964. Il Nuovo Canzoniere Italiano, il gruppo musicale degli anni ’60-’70 di canti popolari legati al lavoro, alla protesta sociale e a due secoli di resistenza del mondo popolare, porta in scena lo spettacolo Bella Ciao e già la prima sera si guadagna una denuncia per vilipendio alle forze armate e alla religione cantando Gorizia tu sei maledetta e Sant’Antonio a lu deserto.  Le autorità cittadine ed ecclesiali sono oltraggiate, gran parte del pubblico è scandalizzato. Tra gli spettatori che invece li acclamano c’è lui, En-zo Minervini. “Rimasi folgorato”. Alle repliche, le sere successive, da una parte ci sono i fascisti, che tentano di interrompere lo spettacolo, e dall’altra i portuali del PCI, venuti da Genova a difenderlo. 
Questo episodio e le letture di quegli anni – Hemingway, Steinbeck, Faulkner, Salinger, ma anche Marx, Gram-sci, Lenin e Rosa Luxemburg  – contribuiscono alla formazione di sinistra di Enzo, che nel 1968 siede ai banchi di terza del liceo classico Berchet di Milano. 
“Ho avuto una carriera scolastica molto discontinua. Bigiavo spesso per andare al cinema, agli spettacoli del mattino. Quando entrai al Berchet, le cose iniziarono ad andare meglio dal punto di vista scolastico, ma c’era comunque un clima strano. Noi studenti sentivamo un conformismo mostruoso e soffocante; sapevi che avre-sti fatto lo stesso mestiere che facevano i tuoi genitori e probabilmente saresti stato come loro. Mancava po-co che si desse del Lei perfino alle compagne di classe e a scuola ci andavi in giacca e cravatta. C’era molto formalismo, e non solo a scuola. Qualche anno prima un mio conoscente, allora militante della FGCI, si pre-sentò in jeans a un congresso del Partito Comunista e, al termine del suo intervento, Togliatti gli disse che, se aveva problemi economici, il partito lo avrebbe aiutato a comprarsi dei pantaloni dignitosi.”
Anche in ambito familiare i rapporti sono tesi. “Per certi versi ho goduto di molta libertà. A quattordici anni avevo già le chiavi di casa, ma ci ho messo quarant’anni ad accorgermi che invece vivevo una situazione di to-tale autoritarismo, al punto che non c’era bisogno che l’autorità venisse esercitata. La respiravi e basta”.
Il Sessantotto per Enzo rappresenta il momento di rottura con questo clima rigido. “In quel periodo frequen-tavo una sezione del PSIUP ed ero attivo nel movimento studentesco.  A un certo punto decidemmo che gli organismi di rappresentanza studentesca non andavano più bene e a gennaio del ’68 decidemmo di scioglierli e di occupare la scuola”.  L’occupazione durerà solo un giorno “…ma ci siamo accorti che iniziavi a parlare con gente che abitualmente non frequentavi. Cominciai a interagire con gli altri studenti, a fare cose con loro, ad accorgermi che, al di là delle differenze familiari, i problemi erano gli stessi. Quando i primi di marzo scoppia-rono gli scioperi, in piazza eravamo in molte migliaia. All’inizio c’erano persino i fascisti, che poi erano ragazzi non tanto diversi da noi. I problemi erano gli stessi: la famiglia, il destino prefabbricato, la noia.” 
Il Sessantotto di Enzo ha Milano come scenografia. “In città si respirava un’aria particolare. Ricordo Feltrinelli, che girava in bici per i cortei, il teatro di Strehler, il grande jazz. In quegli anni ascoltai Thelonious Monk, la Fi-tzgerald, Armstrong, Max Roach, che nel 1970 venne a suonare alla Statale occupata. La Statale a Milano era un punto di riferimento incredibile. Qualsiasi cosa succedesse, si andava lì. Fu così anche dopo le bombe. La risposta della città alla strage di piazza Fontana nacque da lì”. 
Nel trascorso di Enzo ci sono anche fermi, arresti e qualche processo con la classica imputazione di “adunata sediziosa, oltraggio e resistenza”, nei quali viene sempre assolto. “Nel Movimento militavano avvocati straor-dinariamente bravi”. 
“Per me il Sessantotto è finito nel 1977” dice Enzo. “I ragazzi di quel movimento avevano in sé una sorta di vi-talismo individualista e dannunziano che noi non avevamo. A noi non sarebbe mai venuto in mente di attacca-re un comizio di Lama o di tirare bulloni a una manifestazione sindacale. Potevi essere in disaccordo e fare polemica anche dura, ma quelli lì erano i nostri. Nei ragazzi della generazione del ’76-’77, invece, c’era una cari-ca di soggettivismo incontrollabile. Il loro movimento era antropologicamente diverso dal nostro. Noi aveva-mo un senso della Storia che a loro mancava.”

Qui sopra, Enzo Minervini tra le sue moto, una passione che coltiva da oltre cinquant'anni.
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Enzo Minervini, Milano 2018

L’accanita ricerca di una qualche attività sessuale, uno spasmodico interesse per i film d’autore, le boccette e, magari, la moto. Dal libro Cocktail, Istruzioni per l’Uso – Gigi Zazzeri.

Festival dei Due Mondi di Spoleto, 1964. Il Nuovo Canzoniere Italiano, il gruppo musicale degli anni ’60-’70 di canti popolari legati al lavoro, alla protesta sociale e a due secoli di resistenza del mondo popolare, porta in scena lo spettacolo Bella Ciao e già la prima sera si guadagna una denuncia per vilipendio alle forze armate e alla religione cantando Gorizia tu sei maledetta e Sant’Antonio a lu deserto. Le autorità cittadine ed ecclesiali sono oltraggiate, gran parte del pubblico è scandalizzato. Tra gli spettatori che invece li acclamano c’è lui, En-zo Minervini. “Rimasi folgorato”. Alle repliche, le sere successive, da una parte ci sono i fascisti, che tentano di interrompere lo spettacolo, e dall’altra i portuali del PCI, venuti da Genova a difenderlo.
Questo episodio e le letture di quegli anni – Hemingway, Steinbeck, Faulkner, Salinger, ma anche Marx, Gram-sci, Lenin e Rosa Luxemburg – contribuiscono alla formazione di sinistra di Enzo, che nel 1968 siede ai banchi di terza del liceo classico Berchet di Milano.
“Ho avuto una carriera scolastica molto discontinua. Bigiavo spesso per andare al cinema, agli spettacoli del mattino. Quando entrai al Berchet, le cose iniziarono ad andare meglio dal punto di vista scolastico, ma c’era comunque un clima strano. Noi studenti sentivamo un conformismo mostruoso e soffocante; sapevi che avre-sti fatto lo stesso mestiere che facevano i tuoi genitori e probabilmente saresti stato come loro. Mancava po-co che si desse del Lei perfino alle compagne di classe e a scuola ci andavi in giacca e cravatta. C’era molto formalismo, e non solo a scuola. Qualche anno prima un mio conoscente, allora militante della FGCI, si pre-sentò in jeans a un congresso del Partito Comunista e, al termine del suo intervento, Togliatti gli disse che, se aveva problemi economici, il partito lo avrebbe aiutato a comprarsi dei pantaloni dignitosi.”
Anche in ambito familiare i rapporti sono tesi. “Per certi versi ho goduto di molta libertà. A quattordici anni avevo già le chiavi di casa, ma ci ho messo quarant’anni ad accorgermi che invece vivevo una situazione di to-tale autoritarismo, al punto che non c’era bisogno che l’autorità venisse esercitata. La respiravi e basta”.
Il Sessantotto per Enzo rappresenta il momento di rottura con questo clima rigido. “In quel periodo frequen-tavo una sezione del PSIUP ed ero attivo nel movimento studentesco. A un certo punto decidemmo che gli organismi di rappresentanza studentesca non andavano più bene e a gennaio del ’68 decidemmo di scioglierli e di occupare la scuola”. L’occupazione durerà solo un giorno “…ma ci siamo accorti che iniziavi a parlare con gente che abitualmente non frequentavi. Cominciai a interagire con gli altri studenti, a fare cose con loro, ad accorgermi che, al di là delle differenze familiari, i problemi erano gli stessi. Quando i primi di marzo scoppia-rono gli scioperi, in piazza eravamo in molte migliaia. All’inizio c’erano persino i fascisti, che poi erano ragazzi non tanto diversi da noi. I problemi erano gli stessi: la famiglia, il destino prefabbricato, la noia.”
Il Sessantotto di Enzo ha Milano come scenografia. “In città si respirava un’aria particolare. Ricordo Feltrinelli, che girava in bici per i cortei, il teatro di Strehler, il grande jazz. In quegli anni ascoltai Thelonious Monk, la Fi-tzgerald, Armstrong, Max Roach, che nel 1970 venne a suonare alla Statale occupata. La Statale a Milano era un punto di riferimento incredibile. Qualsiasi cosa succedesse, si andava lì. Fu così anche dopo le bombe. La risposta della città alla strage di piazza Fontana nacque da lì”.
Nel trascorso di Enzo ci sono anche fermi, arresti e qualche processo con la classica imputazione di “adunata sediziosa, oltraggio e resistenza”, nei quali viene sempre assolto. “Nel Movimento militavano avvocati straor-dinariamente bravi”.
“Per me il Sessantotto è finito nel 1977” dice Enzo. “I ragazzi di quel movimento avevano in sé una sorta di vi-talismo individualista e dannunziano che noi non avevamo. A noi non sarebbe mai venuto in mente di attacca-re un comizio di Lama o di tirare bulloni a una manifestazione sindacale. Potevi essere in disaccordo e fare polemica anche dura, ma quelli lì erano i nostri. Nei ragazzi della generazione del ’76-’77, invece, c’era una cari-ca di soggettivismo incontrollabile. Il loro movimento era antropologicamente diverso dal nostro. Noi aveva-mo un senso della Storia che a loro mancava.”

Qui sopra, Enzo Minervini tra le sue moto, una passione che coltiva da oltre cinquant'anni.
Enzo Minervini, Milano 1968 - Enzo Minervini in prima fila tra i manifestanti di un corteo a Milano, 1968
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Enzo Minervini, Milano 1968
Enzo Minervini in prima fila tra i manifestanti di un corteo a Milano, 1968
Jean-Pierre Capdevielle, Parigi 2018 - 
Più libertà, più gioia, meno disciplina gratuita e più diritto di parola.

“Sono figlio di proletari, ma i miei genitori hanno fatto di tutto perché io potessi ricevere la migliore educazione possibile. E’ così che mi sono trovato a vivere il Sessantotto in un liceo della borghesia parigina”. Jean-Pierre Capdevielle, ex responsabile della Ricerca e Sviluppo del più importante gruppo energetico francese, ora in pensione, sembra quasi sentire ancora la necessità di giustificare, a cinquant’anni di distanza, la sua presenza in una scuola elitaria. 
Quando nel 1967 fa il suo ingresso alla prima classe del Liceo Albert Camus di Parigi, Jean-Pierre è come un pesce fuor d’acqua. “In classe ci si entrava in fila per due e il dialogo con i professori praticamente non esisteva. La comunicazione era unilaterale, da loro verso noi studenti, che potevamo parlare solo se interrogati. Non riuscivo a dialogare neppure con i miei compagni. A parte le origini differenti, loro figli della borghesia, io di operai, perfino il linguaggio, i loro modi di dire, erano differenti dai miei. E poi c’erano le ragazze. Era la prima volta che mi trovavo in una classe mista e mi sentivo a disagio ogni volta che dovevo aprire bocca. A complicare il tutto, l’abbigliamento: obbligatoriamente pantaloni con la piega, giacca e cravatta. Una scomodità indescrivibile per me che ogni giorno e con qualsiasi tempo percorrevo in bici i 20 km che mi separavano da scuola. Insomma, mi sembrava tutto difficile. E’ stato solo grazie a quanto sarebbe accaduto nei mesi successivi, al Sessantotto, che ho scoperto che i miei compagni e io avevamo molte più cose in comune di quante ne potessi immaginare. Il fatto è che prima non si comunicava!”
In Francia il Sessantotto inizia il 22 marzo: in risposta all’arresto di sei studenti che manifestavano contro la guerra in Vietnam, gli universitari di Nanterre occupano l’ateneo, dando ufficialmente il via al Maggio francese. Le notizie dell’occupazione e le sue ragioni arrivano fino al Liceo Albert Camus, dove gli studenti solidarizzano con i colleghi universitari ed occupano a loro volta l’istituto. Siamo ad aprile 1968. 
“Per me l’elemento più caratterizzante del Maggio francese è stata la possibilità di dialogare con persone di differente estrazione sociale. Durante l’occupazione io e i miei compagni imparammo a conoscerci, ad aprirci, a dare voce alle nostre curiosità, parlando di tutto, senza remore. C’era una presa di coscienza, un’apertura mentale sullo stato della società mondiale che trovavo meraviglioso. Parlavamo del Vietnam, di Budapest, del cattolicesimo, del comunismo, di arte, di rivoluzione”. 
A maggio le manifestazioni studentesche sono ormai estese a tutta la città, ma l’atmosfera gioiosa e pacifica, che fino a quel momento aveva caratterizzato il movimento, inizia a deteriorarsi. I manifestanti organizzano barricate per le strade della Ville Lumière e si difendono dagli attacchi della polizia lanciando sanpietrini divelti dalla strada. “Sous le pavé, la plage” - sotto il sanpietrino, la spiaggia – fu uno degli slogan dei ragazzi del Maggio francese. “Per me quella frase rappresentava il sogno, il sole, l’aria. In fondo noi chiedevamo solo più libertà, più gioia, meno disciplina gratuita senza senso, più diritto di parola e la possibilità di esprimerci con più creatività”. 
Intanto, in tutto il Paese cresce l’ondata di scioperi, che arriverà a bloccare oltre dieci milioni di lavoratori, con l’occupazione di fabbriche e di centrali elettriche e telefoniche. La benzina è introvabile. L’intera nazione è paralizzata.  
Il 24 maggio, in un duro discorso ai suoi connazionali, il Presidente della Repubblica Generale De Gaulle annuncia un referendum sul suo governo, promettendo non meglio definite riforme sociali e maggiore democrazia. In piazza, ad ascoltarlo, migliaia di manifestanti. Tra questi, anche Jean-Pierre. “Capii istintivamente che il sogno era finito, che il vecchio sistema stava per riprendere in mano le redini del comando che per un momento gli erano sfuggite”. 
Due giorni dopo governo, aziende e sindacati stilano il protocollo d’accordo di Grenelle. La maggior parte della classe operaia lo rifiuta e decide di proseguire gli scioperi. Continuano anche le proteste degli studenti, ma a giugno le manifestazioni a sostegno di De Gaulle si moltiplicano, segno evidente che la Francia è stanca di questa situazione di stallo, e il Generale esce vincitore assoluto delle elezioni del 30 giugno. Le proteste devono rientrare; in molte fabbriche gli sgomberi violenti della polizia hanno già messo fine alle occupazioni; riprende l’erogazione di benzina e corrente elettrica. Il Sessantotto francese, che da molti verrà definito anche “la rivoluzione mancata”, si chiude così.
“Il Sessantotto ha avuto un impatto notevole sulla mia vita e su quella dei miei compagni e delle mie compagne di studio” conclude Jean Pierre. “In fin dei conti, però, la rivoluzione non è stata che una fugace bolla, all’interno della quale abbiamo vissuto i nostri sogni, le nostre gioie, la nostra voglia di conoscerci e di scoprire”.

Qui sopra, la carriera professionale in una delle maggiori aziende francesi non ha modificato le convinzioni politiche di Jean-Pierre Capdevielle.
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Jean-Pierre Capdevielle, Parigi 2018

Più libertà, più gioia, meno disciplina gratuita e più diritto di parola.

“Sono figlio di proletari, ma i miei genitori hanno fatto di tutto perché io potessi ricevere la migliore educazione possibile. E’ così che mi sono trovato a vivere il Sessantotto in un liceo della borghesia parigina”. Jean-Pierre Capdevielle, ex responsabile della Ricerca e Sviluppo del più importante gruppo energetico francese, ora in pensione, sembra quasi sentire ancora la necessità di giustificare, a cinquant’anni di distanza, la sua presenza in una scuola elitaria.
Quando nel 1967 fa il suo ingresso alla prima classe del Liceo Albert Camus di Parigi, Jean-Pierre è come un pesce fuor d’acqua. “In classe ci si entrava in fila per due e il dialogo con i professori praticamente non esisteva. La comunicazione era unilaterale, da loro verso noi studenti, che potevamo parlare solo se interrogati. Non riuscivo a dialogare neppure con i miei compagni. A parte le origini differenti, loro figli della borghesia, io di operai, perfino il linguaggio, i loro modi di dire, erano differenti dai miei. E poi c’erano le ragazze. Era la prima volta che mi trovavo in una classe mista e mi sentivo a disagio ogni volta che dovevo aprire bocca. A complicare il tutto, l’abbigliamento: obbligatoriamente pantaloni con la piega, giacca e cravatta. Una scomodità indescrivibile per me che ogni giorno e con qualsiasi tempo percorrevo in bici i 20 km che mi separavano da scuola. Insomma, mi sembrava tutto difficile. E’ stato solo grazie a quanto sarebbe accaduto nei mesi successivi, al Sessantotto, che ho scoperto che i miei compagni e io avevamo molte più cose in comune di quante ne potessi immaginare. Il fatto è che prima non si comunicava!”
In Francia il Sessantotto inizia il 22 marzo: in risposta all’arresto di sei studenti che manifestavano contro la guerra in Vietnam, gli universitari di Nanterre occupano l’ateneo, dando ufficialmente il via al Maggio francese. Le notizie dell’occupazione e le sue ragioni arrivano fino al Liceo Albert Camus, dove gli studenti solidarizzano con i colleghi universitari ed occupano a loro volta l’istituto. Siamo ad aprile 1968.
“Per me l’elemento più caratterizzante del Maggio francese è stata la possibilità di dialogare con persone di differente estrazione sociale. Durante l’occupazione io e i miei compagni imparammo a conoscerci, ad aprirci, a dare voce alle nostre curiosità, parlando di tutto, senza remore. C’era una presa di coscienza, un’apertura mentale sullo stato della società mondiale che trovavo meraviglioso. Parlavamo del Vietnam, di Budapest, del cattolicesimo, del comunismo, di arte, di rivoluzione”.
A maggio le manifestazioni studentesche sono ormai estese a tutta la città, ma l’atmosfera gioiosa e pacifica, che fino a quel momento aveva caratterizzato il movimento, inizia a deteriorarsi. I manifestanti organizzano barricate per le strade della Ville Lumière e si difendono dagli attacchi della polizia lanciando sanpietrini divelti dalla strada. “Sous le pavé, la plage” - sotto il sanpietrino, la spiaggia – fu uno degli slogan dei ragazzi del Maggio francese. “Per me quella frase rappresentava il sogno, il sole, l’aria. In fondo noi chiedevamo solo più libertà, più gioia, meno disciplina gratuita senza senso, più diritto di parola e la possibilità di esprimerci con più creatività”.
Intanto, in tutto il Paese cresce l’ondata di scioperi, che arriverà a bloccare oltre dieci milioni di lavoratori, con l’occupazione di fabbriche e di centrali elettriche e telefoniche. La benzina è introvabile. L’intera nazione è paralizzata.
Il 24 maggio, in un duro discorso ai suoi connazionali, il Presidente della Repubblica Generale De Gaulle annuncia un referendum sul suo governo, promettendo non meglio definite riforme sociali e maggiore democrazia. In piazza, ad ascoltarlo, migliaia di manifestanti. Tra questi, anche Jean-Pierre. “Capii istintivamente che il sogno era finito, che il vecchio sistema stava per riprendere in mano le redini del comando che per un momento gli erano sfuggite”.
Due giorni dopo governo, aziende e sindacati stilano il protocollo d’accordo di Grenelle. La maggior parte della classe operaia lo rifiuta e decide di proseguire gli scioperi. Continuano anche le proteste degli studenti, ma a giugno le manifestazioni a sostegno di De Gaulle si moltiplicano, segno evidente che la Francia è stanca di questa situazione di stallo, e il Generale esce vincitore assoluto delle elezioni del 30 giugno. Le proteste devono rientrare; in molte fabbriche gli sgomberi violenti della polizia hanno già messo fine alle occupazioni; riprende l’erogazione di benzina e corrente elettrica. Il Sessantotto francese, che da molti verrà definito anche “la rivoluzione mancata”, si chiude così.
“Il Sessantotto ha avuto un impatto notevole sulla mia vita e su quella dei miei compagni e delle mie compagne di studio” conclude Jean Pierre. “In fin dei conti, però, la rivoluzione non è stata che una fugace bolla, all’interno della quale abbiamo vissuto i nostri sogni, le nostre gioie, la nostra voglia di conoscerci e di scoprire”.

Qui sopra, la carriera professionale in una delle maggiori aziende francesi non ha modificato le convinzioni politiche di Jean-Pierre Capdevielle.
Jean-Pierre Capdevielle, Parigi 1968 - Jean-Pierre tra i compagni di classe della prima liceo in una foto del 1968.
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Jean-Pierre Capdevielle, Parigi 1968
Jean-Pierre tra i compagni di classe della prima liceo in una foto del 1968.
Sara Gentile, Catania 2018 - 
A me il Sessantotto ha lasciato le ali, anche se un po’ bruciacchiate.

“Una città con le sue bellezze e le sue miserie, molto affascinante ma con un ventre pieno di cose, i suoi profittatori, gli speculatori, la sua ansia intermittente di riscatto. Catania nel 1968 era così”, dice Sara Gentile, docente di Scienze Politiche e di Analisi del Linguaggio Politico presso la stessa università che nel febbraio di cinquant’anni fa occupò con un’altra ventina di ragazzi. “Fuori la notte era bellissima. In Aula Magna io e un mio compagno indossammo le toghe dei professori e ci mettemmo in posa per delle foto con uno striscione che diceva il Potere ha paura. E pensare che anni dopo quelle stesse toghe le avrei indossate anche io.”
L’occupazione dura una settimana. L’esiguo gruppetto che si è impossessato dell’Aula Magna di Palazzo Centrale inizia presto ad aumentare di numero. Durante l’occupazione la notte non si dorme. Ci sono sempre attività in corso e le assemblee sono molto frequentate, anche se spesso vengono disturbate dai ragazzi di destra, con i quali scoppiano violenti scontri. 
Quel periodo è segnato anche dalle interruzioni a gatto selvaggio delle lezioni. “Cacciavamo via i professori dalle aule, obbligando i bidelli ad accompagnarli fuori dall’università.” Le contestazioni nascono dalla necessità di rinnovare un sistema universitario inadeguato, fondamentalmente concepito per le fasce più abbienti di una società diversa da quella che ormai si sta prospettando.
Ma cosa porta una giovane donna dell’agiata aristocrazia della provincia messinese a buttarsi nella mischia della rivoluzione sessantottina? “Probabilmente la tendenza allo sberleffo al potere ha sempre fatto parte del mio DNA” riflette Sara, “anche se poi, per certi versi, anche io mi sono integrata nel sistema.” 
Ancor prima di Catania, infatti, Sara dà segni di ribellione davanti ai quali il padre, conservatore dall’incedere gattopardesco, dopo le prime sfuriate si scioglie come la neve sull’Etna al calore della lava. 
Come quando, dopo aver brillantemente superato gli esami di ammissione alla Facoltà di Lettere presso la Normale di Pisa, Sara comunica serafica ai genitori che non intende frequentare quell’università e che preferisce studiare a Catania. “Durante la settimana in cui soggiornai a Pisa per gli esami avevo avuto la netta sensazione che si trattasse di un vivaio per l’allevamento di pulcini previlegiati” si giustifica.
Grande tragedia familiare all’annuncio, ovviamente, seguita dall’inevitabile resa delle armi del padre.
A Catania Sara entra fin da subito a far parte del Circolo Pintor, un circolo politico animato da personaggi vari: studenti, lavoratori, ex appartenenti al PCI e al PSIUP.   “Era un seminterrato dall’illuminazione molto scarsa. Dentro c’era a stento spazio per un tavolo mezzo sgangherato e qualche sedia, ma ci si respirava molto fumo di sigarette e altrettanta aria di congiura.” Le serate al circolo sono animate da discussioni che spaziano dalla situazione strettamente locale a quella nazionale  - “Veniva fuori il contradditorio della civiltà italiana della fine degli anni 60; un miracolo economico che nascondeva molte miserie, come la maschera di una maga, togliendo la quale la vedi vecchia e piene di rughe” - per finire alle tematiche internazionali, come la Cuba di Fidel Castro e l’utopia che la rivoluzione si potesse fare senza dittatura ma con il concorso di popolo. “Tutte cazzate!” dice ora Sara.
All’epoca, tuttavia, diventa via via irrimandabile il fatto di potersi impegnare in un mutamento. Senza contare che poi anche a livello esistenziale alcune cose non quadrano più. “Ero uscita dal giardino fiorito dell’adolescenza. Avevo oltrepassato la siepe e capito che il mondo dorato dove ero vissuta non era la realtà. L’idea di coniugare questo mio malessere con una causa che si rivestiva del concorso delle grandi masse era il massimo. Non ci fu risparmio di energie.”
E infatti Sara si impegnerà con passione a smantellare un sistema che le va stretto sotto diversi punti di vista, fino a quando, nel dicembre del 1969, la morte di Giuseppe Pinelli a Milano e la decisa attività di repressione che ne segue a livello nazionale la convincono a dare priorità al completamento del suo corso di studi, abbandonando così la lotta attiva.
Oggi Sara è una accademica stimata a livello internazionale che frequenta abitualmente Parigi, dove continua a svolgere i lavori di ricerca che le sono valsi la carica di Professore Invitato presso SciencesPO Cevipof, l’Università di Ricerche Internazionali di Scienze Sociali.
Tirando le somme sugli eventi del Sessantotto, Sara dice: “la mia generazione ne è uscita sicuramente sconfitta, perché non c’è dubbio che il sale che volevamo spargere per le vie del mondo o si è sciolto misto ad acqua, o si è snaturato. Per me, però, il Sessantotto è stato un battesimo politico, un’iniziazione, una passione travolgente. Un po’ di questo vento leggero e a volte impetuoso nel mio percorso è rimasto.
A conti fatti, a me il 68 ha lasciato le ali, anche se un po’ bruciacchiate.”

Qui sopra, Sara Gentile nel suo studio di Catania. Qui e a Parigi la professoressa catanese svolge le ricerche per i suoi libri sulla politica italiana e francese.
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Sara Gentile, Catania 2018

A me il Sessantotto ha lasciato le ali, anche se un po’ bruciacchiate.

“Una città con le sue bellezze e le sue miserie, molto affascinante ma con un ventre pieno di cose, i suoi profittatori, gli speculatori, la sua ansia intermittente di riscatto. Catania nel 1968 era così”, dice Sara Gentile, docente di Scienze Politiche e di Analisi del Linguaggio Politico presso la stessa università che nel febbraio di cinquant’anni fa occupò con un’altra ventina di ragazzi. “Fuori la notte era bellissima. In Aula Magna io e un mio compagno indossammo le toghe dei professori e ci mettemmo in posa per delle foto con uno striscione che diceva il Potere ha paura. E pensare che anni dopo quelle stesse toghe le avrei indossate anche io.”
L’occupazione dura una settimana. L’esiguo gruppetto che si è impossessato dell’Aula Magna di Palazzo Centrale inizia presto ad aumentare di numero. Durante l’occupazione la notte non si dorme. Ci sono sempre attività in corso e le assemblee sono molto frequentate, anche se spesso vengono disturbate dai ragazzi di destra, con i quali scoppiano violenti scontri.
Quel periodo è segnato anche dalle interruzioni a gatto selvaggio delle lezioni. “Cacciavamo via i professori dalle aule, obbligando i bidelli ad accompagnarli fuori dall’università.” Le contestazioni nascono dalla necessità di rinnovare un sistema universitario inadeguato, fondamentalmente concepito per le fasce più abbienti di una società diversa da quella che ormai si sta prospettando.
Ma cosa porta una giovane donna dell’agiata aristocrazia della provincia messinese a buttarsi nella mischia della rivoluzione sessantottina? “Probabilmente la tendenza allo sberleffo al potere ha sempre fatto parte del mio DNA” riflette Sara, “anche se poi, per certi versi, anche io mi sono integrata nel sistema.”
Ancor prima di Catania, infatti, Sara dà segni di ribellione davanti ai quali il padre, conservatore dall’incedere gattopardesco, dopo le prime sfuriate si scioglie come la neve sull’Etna al calore della lava.
Come quando, dopo aver brillantemente superato gli esami di ammissione alla Facoltà di Lettere presso la Normale di Pisa, Sara comunica serafica ai genitori che non intende frequentare quell’università e che preferisce studiare a Catania. “Durante la settimana in cui soggiornai a Pisa per gli esami avevo avuto la netta sensazione che si trattasse di un vivaio per l’allevamento di pulcini previlegiati” si giustifica.
Grande tragedia familiare all’annuncio, ovviamente, seguita dall’inevitabile resa delle armi del padre.
A Catania Sara entra fin da subito a far parte del Circolo Pintor, un circolo politico animato da personaggi vari: studenti, lavoratori, ex appartenenti al PCI e al PSIUP. “Era un seminterrato dall’illuminazione molto scarsa. Dentro c’era a stento spazio per un tavolo mezzo sgangherato e qualche sedia, ma ci si respirava molto fumo di sigarette e altrettanta aria di congiura.” Le serate al circolo sono animate da discussioni che spaziano dalla situazione strettamente locale a quella nazionale - “Veniva fuori il contradditorio della civiltà italiana della fine degli anni 60; un miracolo economico che nascondeva molte miserie, come la maschera di una maga, togliendo la quale la vedi vecchia e piene di rughe” - per finire alle tematiche internazionali, come la Cuba di Fidel Castro e l’utopia che la rivoluzione si potesse fare senza dittatura ma con il concorso di popolo. “Tutte cazzate!” dice ora Sara.
All’epoca, tuttavia, diventa via via irrimandabile il fatto di potersi impegnare in un mutamento. Senza contare che poi anche a livello esistenziale alcune cose non quadrano più. “Ero uscita dal giardino fiorito dell’adolescenza. Avevo oltrepassato la siepe e capito che il mondo dorato dove ero vissuta non era la realtà. L’idea di coniugare questo mio malessere con una causa che si rivestiva del concorso delle grandi masse era il massimo. Non ci fu risparmio di energie.”
E infatti Sara si impegnerà con passione a smantellare un sistema che le va stretto sotto diversi punti di vista, fino a quando, nel dicembre del 1969, la morte di Giuseppe Pinelli a Milano e la decisa attività di repressione che ne segue a livello nazionale la convincono a dare priorità al completamento del suo corso di studi, abbandonando così la lotta attiva.
Oggi Sara è una accademica stimata a livello internazionale che frequenta abitualmente Parigi, dove continua a svolgere i lavori di ricerca che le sono valsi la carica di Professore Invitato presso SciencesPO Cevipof, l’Università di Ricerche Internazionali di Scienze Sociali.
Tirando le somme sugli eventi del Sessantotto, Sara dice: “la mia generazione ne è uscita sicuramente sconfitta, perché non c’è dubbio che il sale che volevamo spargere per le vie del mondo o si è sciolto misto ad acqua, o si è snaturato. Per me, però, il Sessantotto è stato un battesimo politico, un’iniziazione, una passione travolgente. Un po’ di questo vento leggero e a volte impetuoso nel mio percorso è rimasto.
A conti fatti, a me il 68 ha lasciato le ali, anche se un po’ bruciacchiate.”

Qui sopra, Sara Gentile nel suo studio di Catania. Qui e a Parigi la professoressa catanese svolge le ricerche per i suoi libri sulla politica italiana e francese.
Sara Gentile, Catania 1968 - Sara Gentile con alcune amiche a Catania, 1968.
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Sara Gentile, Catania 1968
Sara Gentile con alcune amiche a Catania, 1968.
Silvia Motta, Luisa Abbà, Elena Medi, Milano 2018 - 
Si trattava di affermare i diritti fondamentali della donna.

Il Sessantotto a Trento comincia nel gennaio del ‘66. In quel periodo l’ateneo cittadino non è ancora riconosciuto come università, ma è semplicemente un istituto provinciale di formazione superiore. 
Tra i tanti studenti che si iscrivono a Sociologia ci sono anche Silvia, Elena e Luisa, in arrivo rispettivamente da Sondrio, Milano e Trieste. Hanno scelto Trento sia per la qualità formativa, sia come trampolino per lanciarsi oltre le mura dell’ambiente familiare. Le loro strade si incrociano in facoltà e tra loro nasce subito una forte amicizia, consolidata anche dai venti di cambiamento che soffiano sulla città. 
La comunità degli studenti si ingrandisce rapidamente, destabilizzando la quiete cittadina. I Trentini non sono pronti ad affrontare questa pacifica invasione e la convivenza con gli studenti si fa ben presto complicata. Da una parte c’è una città culturalmente non predisposta al cambiamento, dall’altra ci sono gli studenti, che mettono in discussione modelli sociali di vecchio stampo. La prima occupazione della facoltà, il 24 gennaio 1966, scatta ufficialmente per il riconoscimento giuridico del titolo di laurea, ma quello che scandalizza di più i Trentini è l’evidente promiscuità in cui tutto ciò avviene: ragazzi e ragazze insieme di giorno e di notte, la comparsa di jeans e minigonne al posto del solito abbigliamento formale, i capelli lunghi dei ragazzi. 
Ricordando quel periodo e le tensioni tra la comunità locale e gli studenti, Silvia dice “Per la città fu uno shock, ma ora i Trentini riconoscono l’importanza di quegli anni, da cui hanno ereditato tutte le libertà generate dal movimento.” “Solo se eri ostile al Sessantotto non ne facevi parte” aggiunge Luisa.
Per le tre amiche, il Sessantotto dunque è il prolungamento fisiologico del percorso iniziato due anni prima. L’Università di Trento ha già affrontato nel 1966 il grosso delle ragioni che successivamente saranno causa delle contestazioni nelle altre città universitarie, ovvero i rapporti con i docenti e un modello di insegnamento antiquato. Il 1968 a Trento assume piuttosto un carattere politico, ponendo fin da subito al centro della lotta temi sociali di carattere universale e argomenti specifici, come la guerra in Vietnam. 
In questo contesto, l’appoggio delle tre amiche agli obiettivi sociali e politici del Movimento è totale. Con il tempo, però, realizzano che la loro partecipazione è comunque subordinata a una leadership e a stili di comportamento e di linguaggio maschili. Questa considerazione le porterà, insieme ai compagni universitari Gabriella Ferri e Piergiorgio Lazzaretto, ad analizzare la condizione delle donne e a stendere quella che diventerà la loro tesi di gruppo, pubblicata nel 1972 da Ed. Mazzotta con il titolo La coscienza di sfruttate. 
L’argomento sviluppa la condizione della donna, all’epoca definita come casta a sé. “Si trattava di affermare i diritti fondamentali della donna, che semplicemente non veniva considerata” spiega Elena. “C’è come una specie di vuoto di coscienza nelle generazioni dopo la nostra. Le donne di oggi hanno reazioni istintive, che a noi invece sono costate anni di processo.”
In quegli anni a Trento, le ragazze danno vita a un gruppo di autocoscienza, uno tra i primi in Italia e al quale aderiranno sia studentesse, sia donne al di fuori del contesto universitario. Il risultato del lavoro si concretizza in un documento che viene firmato dalle componenti con il nome di Cerchio Spezzato. 
Terminata l’università, Silvia, Elena e Luisa continuano a percorrere insieme la strada dell’attivismo femminista trasferendosi a Milano e dando vita, nel 1975, alla Libreria delle Donne, di cui aprono la prima sede in Via Dogana. Da qualche anno la libreria si è trasferita in via Pietro Calvi ed è qui che le tre amiche tornano sempre a incontrarsi, anche se le loro vite hanno seguito percorsi differenti. 
Ripensando agli anni di Trento, i bilanci sono positivi. “Il Sessantotto ha avuto la magia di coinvolgere tutti” dice Elena, che evidenzia come il fenomeno abbia interessato trasversalmente tutti gli strati della società. “Il Corriere della Sera parlava di rivoluzione come se fosse una cosa normale. Il Sessantotto aveva contaminato persino il linguaggio.”
“Quello che abbiamo fatto cinquant’anni fa ha improntato il resto della mia vita”, afferma Silvia. “Tutto nasce da quegli anni, anche i cambiamenti che sarebbero avvenuti nella società negli anni successivi: divorzio, aborto, diritto di famiglia, Statuto dei Lavoratori.”
Per Luisa “furono anni di grandissima rivoluzione. Ciò che è successo in quel periodo resta ineguagliato. Il cambiamento più profondo è stato proprio nel mondo femminile. Da allora le donne non sono più tornate indietro.”

Qui sopra, da sinistra, Silvia, Luisa ed Elena nella sala della Libreria delle Donne a Milano.
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Silvia Motta, Luisa Abbà, Elena Medi, Milano 2018

Si trattava di affermare i diritti fondamentali della donna.

Il Sessantotto a Trento comincia nel gennaio del ‘66. In quel periodo l’ateneo cittadino non è ancora riconosciuto come università, ma è semplicemente un istituto provinciale di formazione superiore.
Tra i tanti studenti che si iscrivono a Sociologia ci sono anche Silvia, Elena e Luisa, in arrivo rispettivamente da Sondrio, Milano e Trieste. Hanno scelto Trento sia per la qualità formativa, sia come trampolino per lanciarsi oltre le mura dell’ambiente familiare. Le loro strade si incrociano in facoltà e tra loro nasce subito una forte amicizia, consolidata anche dai venti di cambiamento che soffiano sulla città.
La comunità degli studenti si ingrandisce rapidamente, destabilizzando la quiete cittadina. I Trentini non sono pronti ad affrontare questa pacifica invasione e la convivenza con gli studenti si fa ben presto complicata. Da una parte c’è una città culturalmente non predisposta al cambiamento, dall’altra ci sono gli studenti, che mettono in discussione modelli sociali di vecchio stampo. La prima occupazione della facoltà, il 24 gennaio 1966, scatta ufficialmente per il riconoscimento giuridico del titolo di laurea, ma quello che scandalizza di più i Trentini è l’evidente promiscuità in cui tutto ciò avviene: ragazzi e ragazze insieme di giorno e di notte, la comparsa di jeans e minigonne al posto del solito abbigliamento formale, i capelli lunghi dei ragazzi.
Ricordando quel periodo e le tensioni tra la comunità locale e gli studenti, Silvia dice “Per la città fu uno shock, ma ora i Trentini riconoscono l’importanza di quegli anni, da cui hanno ereditato tutte le libertà generate dal movimento.” “Solo se eri ostile al Sessantotto non ne facevi parte” aggiunge Luisa.
Per le tre amiche, il Sessantotto dunque è il prolungamento fisiologico del percorso iniziato due anni prima. L’Università di Trento ha già affrontato nel 1966 il grosso delle ragioni che successivamente saranno causa delle contestazioni nelle altre città universitarie, ovvero i rapporti con i docenti e un modello di insegnamento antiquato. Il 1968 a Trento assume piuttosto un carattere politico, ponendo fin da subito al centro della lotta temi sociali di carattere universale e argomenti specifici, come la guerra in Vietnam.
In questo contesto, l’appoggio delle tre amiche agli obiettivi sociali e politici del Movimento è totale. Con il tempo, però, realizzano che la loro partecipazione è comunque subordinata a una leadership e a stili di comportamento e di linguaggio maschili. Questa considerazione le porterà, insieme ai compagni universitari Gabriella Ferri e Piergiorgio Lazzaretto, ad analizzare la condizione delle donne e a stendere quella che diventerà la loro tesi di gruppo, pubblicata nel 1972 da Ed. Mazzotta con il titolo La coscienza di sfruttate.
L’argomento sviluppa la condizione della donna, all’epoca definita come casta a sé. “Si trattava di affermare i diritti fondamentali della donna, che semplicemente non veniva considerata” spiega Elena. “C’è come una specie di vuoto di coscienza nelle generazioni dopo la nostra. Le donne di oggi hanno reazioni istintive, che a noi invece sono costate anni di processo.”
In quegli anni a Trento, le ragazze danno vita a un gruppo di autocoscienza, uno tra i primi in Italia e al quale aderiranno sia studentesse, sia donne al di fuori del contesto universitario. Il risultato del lavoro si concretizza in un documento che viene firmato dalle componenti con il nome di Cerchio Spezzato.
Terminata l’università, Silvia, Elena e Luisa continuano a percorrere insieme la strada dell’attivismo femminista trasferendosi a Milano e dando vita, nel 1975, alla Libreria delle Donne, di cui aprono la prima sede in Via Dogana. Da qualche anno la libreria si è trasferita in via Pietro Calvi ed è qui che le tre amiche tornano sempre a incontrarsi, anche se le loro vite hanno seguito percorsi differenti.
Ripensando agli anni di Trento, i bilanci sono positivi. “Il Sessantotto ha avuto la magia di coinvolgere tutti” dice Elena, che evidenzia come il fenomeno abbia interessato trasversalmente tutti gli strati della società. “Il Corriere della Sera parlava di rivoluzione come se fosse una cosa normale. Il Sessantotto aveva contaminato persino il linguaggio.”
“Quello che abbiamo fatto cinquant’anni fa ha improntato il resto della mia vita”, afferma Silvia. “Tutto nasce da quegli anni, anche i cambiamenti che sarebbero avvenuti nella società negli anni successivi: divorzio, aborto, diritto di famiglia, Statuto dei Lavoratori.”
Per Luisa “furono anni di grandissima rivoluzione. Ciò che è successo in quel periodo resta ineguagliato. Il cambiamento più profondo è stato proprio nel mondo femminile. Da allora le donne non sono più tornate indietro.”

Qui sopra, da sinistra, Silvia, Luisa ed Elena nella sala della Libreria delle Donne a Milano.
Silvia Motta, Luisa Abbà, Elena Medi, Trento 1966 - L'Università di Trento fu una delle prime a dare segnali di agitazione in Italia, con l'occupazione del 1966. Qui sopra, una delle aule occupate.
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Silvia Motta, Luisa Abbà, Elena Medi, Trento 1966
L'Università di Trento fu una delle prime a dare segnali di agitazione in Italia, con l'occupazione del 1966. Qui sopra, una delle aule occupate.
Gian Piero Morone e Domenico Gai, Torino 2018 - 
Un altro punto di vista.

Il Sessantotto della rivoluzione e dei sogni di cambiamento non è di tutti. Una parte della società non appoggia le contestazioni studentesche, né le proteste dei giovani che tentano di affrancarsi da un dominio generazionale ingombrante o le occupazioni di fabbriche e università. 
Nelle stesse scuole, università e fabbriche occupate ci sono anche studenti e operai che ridimensionano gli eventi e guardano con sospetto all’ardore con cui i Sognatori perseguono il cambiamento. Domenico Gai e Gian Piero Morone sono due di loro e portano qui le loro ragioni.
“Il Sessantotto l’ho subìto” racconta Gian Piero, classe 1961, che il suo Sessantotto-Contro lo ha vissuto qualche anno dopo e che con poche parole traccia la mappa politica del liceo scientifico Galileo Ferraris della seconda metà degli anni Settanta. “Sono entrato in prima nel 1976. All’epoca, il bibliotecario era Marco Donat Cattin e in quinta c’era Roberto Sandalo. Entrambi sarebbero diventati terroristi militanti di Prima Linea e avrebbero commesso omicidi, attentati e gambizzazioni. Credo che la deriva terrorista del Sessantotto rappresenti il vero comunismo, quello che già dalla fine della seconda guerra mondiale mirava a instaurare in Italia un sistema sul modello russo. Visto il rischio del compromesso storico tra Berlinguer e Moro, le flange estreme del comunismo ripresero in mano le armi.” Poi Gian Piero riprende a raccontare. “La Federazione Giovanile Comunisti Italiani era particolarmente attiva, organizzava sempre i picchetti fuori dalla scuola. A contrastarli, sul fronte opposto, più che il Movimento Sociale c’erano gli attivisti del CAM, il Centro Azione Monarchica. Se le davano di santa ragione tutti e due” ammette Gian Piero, oggi affermato professionista del settore automotive. “Per quanto mi riguarda, io sono sempre stato di destra e consideravo il picchetto non democratico, perché non lasciava agli studenti la possibilità di scegliere se entrare in classe o meno, ma imponeva piuttosto la scelta di qualcun altro.”
Se al Galileo Ferraris la contrapposizione tra gli studenti verte principalmente su questioni politiche, per gli operai Fiat le ragioni di disaccordo con i Sessantottini sono diverse. “Non ci identificavamo assolutamente con loro. Per noi il Sessantotto era il movimento dei ricchi, dei fagnani, come si direbbe in torinese, ovvero quelli che non avevano voglia di lavorare” dice Domenico Gai, che nel 1968 aveva ventuno anni e lavorava in Fiat già da cinque. 
Formato alla scuola di assistenza tecnica della casa automobilistica torinese, Domenico rappresenta l’élite della classe operaia dell’epoca. “Essere operaio specializzato significava tra l’altro che la domenica mattina, al bar, venivi additato come operaio di prima categoria. Era uno status fantastico” racconta, aggiungendo come in quel periodo il senso di appartenenza alla propria azienda sia un sentimento molto forte e motivo d’orgoglio. “Noi giovani operai ritenevamo che gli studenti contestatori stessero approfittando degli avvenimenti per i propri comodi, ovvero per sovvertire l’ordine costituito nei rapporti in famiglia, con i professori e con le ragazze. Per questo ci dava particolarmente fastidio che si appropriassero in maniera indebita di una lotta, quella operaia, che non era la loro.”
Quindi in fabbrica un motivo di lotta c’è? “Tutto sommato no” commenta Domenico. “Il mondo delle linee era una realtà chiaro-scura. Va detto che nel 1968 Fiat contava già più di 100.000 operai e che si viaggiava al ritmo di 5.000 vetture prodotte al giorno. C’erano reparti coesi, sotto la guida di capi illuminati, e altri dove i capireparto schiavizzavano gli operai, rendendo la situazione infernale. Dal mio punto di vista, il Sessantotto in Fiat è nato più come protesta verso questo genere di rapporti umani che per le condizioni strutturali della fabbrica.”
Con un salto di oltre due lustri, Domenico raggiunge Gian Piero nel 1980. “In quegli ultimi anni la situazione si era trasformata da lotta operaia a lotta di classe. Ricordo i presidi ai cancelli, gli impiegati che non potevano passare, i sorveglianti che di notte venivano a proteggere dalle botte dei picchettatori i dipendenti che scavalcavano i cancelli per entrare a lavorare, le serrate dei negozi che si difendevano dai saccheggi,  definiti espropri proletari dagli operai. C’era di mezzo la politica, non le esigenze dei lavoratori. Il tutto culminò il 26 settembre, quando Berlinguer, in via Settembrini, disse agli operai che se avessero occupato la fabbrica, il PCI li avrebbe sostenuti. Questo denominò che il problema era politico” conclude Domenico. 
Meno di venti giorni dopo l’intervento di Berlinguer a Torino, Domenico Gai con alcune centinaia di dipendenti Fiat si radunano davanti al Teatro Nuovo per protestare contro il prolungarsi dei presìdi e mettere fine alle contestazioni. Nessuno, neppure loro, si aspetta che quelle poche centinaia di persone diventeranno migliaia e che l’impatto del loro corteo verso il centro città sarà tale da mettere, ben dodici anni dopo il 1968, la parola fine al Sessantotto.

Qui sopra, Gian Piero Morone e Domenico Gai ritratti all’interno del Teatro Nuovo di Torino, dal quale partì la Marcia dei Quarantamila.
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Gian Piero Morone e Domenico Gai, Torino 2018

Un altro punto di vista.

Il Sessantotto della rivoluzione e dei sogni di cambiamento non è di tutti. Una parte della società non appoggia le contestazioni studentesche, né le proteste dei giovani che tentano di affrancarsi da un dominio generazionale ingombrante o le occupazioni di fabbriche e università.
Nelle stesse scuole, università e fabbriche occupate ci sono anche studenti e operai che ridimensionano gli eventi e guardano con sospetto all’ardore con cui i Sognatori perseguono il cambiamento. Domenico Gai e Gian Piero Morone sono due di loro e portano qui le loro ragioni.
“Il Sessantotto l’ho subìto” racconta Gian Piero, classe 1961, che il suo Sessantotto-Contro lo ha vissuto qualche anno dopo e che con poche parole traccia la mappa politica del liceo scientifico Galileo Ferraris della seconda metà degli anni Settanta. “Sono entrato in prima nel 1976. All’epoca, il bibliotecario era Marco Donat Cattin e in quinta c’era Roberto Sandalo. Entrambi sarebbero diventati terroristi militanti di Prima Linea e avrebbero commesso omicidi, attentati e gambizzazioni. Credo che la deriva terrorista del Sessantotto rappresenti il vero comunismo, quello che già dalla fine della seconda guerra mondiale mirava a instaurare in Italia un sistema sul modello russo. Visto il rischio del compromesso storico tra Berlinguer e Moro, le flange estreme del comunismo ripresero in mano le armi.” Poi Gian Piero riprende a raccontare. “La Federazione Giovanile Comunisti Italiani era particolarmente attiva, organizzava sempre i picchetti fuori dalla scuola. A contrastarli, sul fronte opposto, più che il Movimento Sociale c’erano gli attivisti del CAM, il Centro Azione Monarchica. Se le davano di santa ragione tutti e due” ammette Gian Piero, oggi affermato professionista del settore automotive. “Per quanto mi riguarda, io sono sempre stato di destra e consideravo il picchetto non democratico, perché non lasciava agli studenti la possibilità di scegliere se entrare in classe o meno, ma imponeva piuttosto la scelta di qualcun altro.”
Se al Galileo Ferraris la contrapposizione tra gli studenti verte principalmente su questioni politiche, per gli operai Fiat le ragioni di disaccordo con i Sessantottini sono diverse. “Non ci identificavamo assolutamente con loro. Per noi il Sessantotto era il movimento dei ricchi, dei fagnani, come si direbbe in torinese, ovvero quelli che non avevano voglia di lavorare” dice Domenico Gai, che nel 1968 aveva ventuno anni e lavorava in Fiat già da cinque.
Formato alla scuola di assistenza tecnica della casa automobilistica torinese, Domenico rappresenta l’élite della classe operaia dell’epoca. “Essere operaio specializzato significava tra l’altro che la domenica mattina, al bar, venivi additato come operaio di prima categoria. Era uno status fantastico” racconta, aggiungendo come in quel periodo il senso di appartenenza alla propria azienda sia un sentimento molto forte e motivo d’orgoglio. “Noi giovani operai ritenevamo che gli studenti contestatori stessero approfittando degli avvenimenti per i propri comodi, ovvero per sovvertire l’ordine costituito nei rapporti in famiglia, con i professori e con le ragazze. Per questo ci dava particolarmente fastidio che si appropriassero in maniera indebita di una lotta, quella operaia, che non era la loro.”
Quindi in fabbrica un motivo di lotta c’è? “Tutto sommato no” commenta Domenico. “Il mondo delle linee era una realtà chiaro-scura. Va detto che nel 1968 Fiat contava già più di 100.000 operai e che si viaggiava al ritmo di 5.000 vetture prodotte al giorno. C’erano reparti coesi, sotto la guida di capi illuminati, e altri dove i capireparto schiavizzavano gli operai, rendendo la situazione infernale. Dal mio punto di vista, il Sessantotto in Fiat è nato più come protesta verso questo genere di rapporti umani che per le condizioni strutturali della fabbrica.”
Con un salto di oltre due lustri, Domenico raggiunge Gian Piero nel 1980. “In quegli ultimi anni la situazione si era trasformata da lotta operaia a lotta di classe. Ricordo i presidi ai cancelli, gli impiegati che non potevano passare, i sorveglianti che di notte venivano a proteggere dalle botte dei picchettatori i dipendenti che scavalcavano i cancelli per entrare a lavorare, le serrate dei negozi che si difendevano dai saccheggi, definiti espropri proletari dagli operai. C’era di mezzo la politica, non le esigenze dei lavoratori. Il tutto culminò il 26 settembre, quando Berlinguer, in via Settembrini, disse agli operai che se avessero occupato la fabbrica, il PCI li avrebbe sostenuti. Questo denominò che il problema era politico” conclude Domenico.
Meno di venti giorni dopo l’intervento di Berlinguer a Torino, Domenico Gai con alcune centinaia di dipendenti Fiat si radunano davanti al Teatro Nuovo per protestare contro il prolungarsi dei presìdi e mettere fine alle contestazioni. Nessuno, neppure loro, si aspetta che quelle poche centinaia di persone diventeranno migliaia e che l’impatto del loro corteo verso il centro città sarà tale da mettere, ben dodici anni dopo il 1968, la parola fine al Sessantotto.

Qui sopra, Gian Piero Morone e Domenico Gai ritratti all’interno del Teatro Nuovo di Torino, dal quale partì la Marcia dei Quarantamila.
Gian Piero Morone e Domenico Gai, Torino 1968 - Foto d'archivio della Marcia dei Quarantamila, Torino 1968
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Gian Piero Morone e Domenico Gai, Torino 1968
Foto d'archivio della Marcia dei Quarantamila, Torino 1968
Lydia Turchi, Roma 2018 - 
Non calpestate i sogni.

C’è anche un Sessantotto che non ha fatto rumore, che non è salito agli onori delle cronache con occupazioni o scioperi, che non ha goduto del supporto delle masse per perorare la propria causa e che per questo è stato ancor più epico, perché ha richiesto il coraggio di combattere en solitaire. Se poi a fare tutto questo è una donna, per giunta del Sud, ci troviamo di fronte a un’eroina. Ci troviamo di fronte a Lydia Turchi.
Lydia nasce a Napoli quando l’aria odora ancora di guerra, ma cresce respirando cultura: bisnonno direttore d’orchestra al Teatro San Carlo; nonno primo oboe nel medesimo Teatro; padre trombettiere della Guardia Reale; lei stessa studentessa nel corpo di ballo del San Carlo, dove entra a 9 anni, diplomandosi in danza classica dieci anni dopo. 
“Sono nata in una famiglia tradizionalista, in modo particolare da parte di mia madre, che apparteneva alla nobiltà cittadina. Comportati bene, mi diceva, perché qualsiasi sbaglio tu possa fare sarebbe una vergona per i tuoi fratelli.”
In questo ambiente familiare e sociale così rigido e austero, il San Carlo rappresenta per Lydia una finestra sul mondo che evolve. Lì avrà occasione di conoscere Martha Graham, invitata dalla scuola di ballo del teatro a tenere un corso di danza contemporanea. L’incontro con la celebre coreografa statunitense e con altri professionisti di fama internazionale, apre gli occhi a Lydia, che inizia a sentire la necessità di evolversi nella danza. “Già a diciotto anni ebbi una prima proposta per la stagione teatrale a Palermo, ma in famiglia non mi diedero il permesso. A quell’epoca si diventava maggiorenni a ventuno anni, quindi non insistei. Non volevo la rottura. Avrei piuttosto preferito che la famiglia comprendesse e appoggiasse questa mia necessità di crescita.”
Poi al San Carlo arriva Gino Landi per curare la coreografia dell’operetta “Il Pipistrello” su musiche di Strauss. Landi nota Lydia e le chiede se vuole andare a Roma, dove sta nascendo il balletto televisivo. Di nuovo, la risposta della famiglia è no, ma questa volta le cose vanno diversamente, perché un giorno a casa Turchi arriva un telegramma che invita Lydia a Roma per un provino televisivo.
“E’ qui che inizia il mio Sessantotto” esclama Lydia. “Io vado, dissi. Mia madre era in lacrime per la preoccupazione e per la vergogna. Per lei era un’onta che la figlia, danzatrice classica, andasse a fare la rivista. E poi c’era il fatto che mi allontanavo da casa.” Ma la giovane questa volta non permette che le vecchie convenzioni si frappongano tra lei e il suo sogno e parte per Roma.
Il provino va bene e Lydia da Roma non tornerà più. “Anche perché lì ho conosciuto l’Amore.”
L’Amore di Lydia è Marcello Stramacci, anche lui ballerino, con il quale la giovane, dopo un paio di anni, decide di andare a convivere. “Fu rottura anche in quell’occasione” ricorda Lydia. “Nonostante ormai vivessi fuori casa da parecchio tempo, a Roma ero ospite di lontani parenti e quindi ancora sotto stretto controllo. L’annuncio che sarei andata a convivere fu un dolore enorme per la mia famiglia. A quell’epoca era inimmaginabile.  Figuriamoci quando poi, a distanza di qualche anno, annunciai che era incinta! Decidemmo di sposarci solo quando ormai ero all’ottavo mese di gravidanza, più per tutelare la bambina che per noi. Ci sposammo durante una pausa di lavoro. Fu un vero matrimonio hippy, con pantaloni a campana e casaccone sopra. Mia suocera si limitò a dire: mi avete tolto 10 anni di vita. Questo è un matrimonio riparatore! Ma non era così, era una scelta di vita, la mia scelta, portata avanti con coerenza.”
Lydia percorre con lo sguardo la grande sala della scuola di ballo che gestisce con la figlia Gea e dove da anni insegna danza classica, modern jazz e musical. 
“E’ per tutto questo che ringrazio il 68. Per avermi dato la forza non tanto di ribellarmi, quanto                                                                                                                                               di affermare ciò che volevo perché ero convinta che ce l’avrei fatta. Quello era il mio sogno, non avrei permesso a nessuno di calpestarlo e per non dimenticarlo mai, ho attaccato accanto al letto un quadretto ricamato che dice proprio Non calpestare i sogni.”

Qui sopra, Lydia Turchi nella sala grande della sua scuola di danza a Roma.
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Lydia Turchi, Roma 2018

Non calpestate i sogni.

C’è anche un Sessantotto che non ha fatto rumore, che non è salito agli onori delle cronache con occupazioni o scioperi, che non ha goduto del supporto delle masse per perorare la propria causa e che per questo è stato ancor più epico, perché ha richiesto il coraggio di combattere en solitaire. Se poi a fare tutto questo è una donna, per giunta del Sud, ci troviamo di fronte a un’eroina. Ci troviamo di fronte a Lydia Turchi.
Lydia nasce a Napoli quando l’aria odora ancora di guerra, ma cresce respirando cultura: bisnonno direttore d’orchestra al Teatro San Carlo; nonno primo oboe nel medesimo Teatro; padre trombettiere della Guardia Reale; lei stessa studentessa nel corpo di ballo del San Carlo, dove entra a 9 anni, diplomandosi in danza classica dieci anni dopo.
“Sono nata in una famiglia tradizionalista, in modo particolare da parte di mia madre, che apparteneva alla nobiltà cittadina. Comportati bene, mi diceva, perché qualsiasi sbaglio tu possa fare sarebbe una vergona per i tuoi fratelli.”
In questo ambiente familiare e sociale così rigido e austero, il San Carlo rappresenta per Lydia una finestra sul mondo che evolve. Lì avrà occasione di conoscere Martha Graham, invitata dalla scuola di ballo del teatro a tenere un corso di danza contemporanea. L’incontro con la celebre coreografa statunitense e con altri professionisti di fama internazionale, apre gli occhi a Lydia, che inizia a sentire la necessità di evolversi nella danza. “Già a diciotto anni ebbi una prima proposta per la stagione teatrale a Palermo, ma in famiglia non mi diedero il permesso. A quell’epoca si diventava maggiorenni a ventuno anni, quindi non insistei. Non volevo la rottura. Avrei piuttosto preferito che la famiglia comprendesse e appoggiasse questa mia necessità di crescita.”
Poi al San Carlo arriva Gino Landi per curare la coreografia dell’operetta “Il Pipistrello” su musiche di Strauss. Landi nota Lydia e le chiede se vuole andare a Roma, dove sta nascendo il balletto televisivo. Di nuovo, la risposta della famiglia è no, ma questa volta le cose vanno diversamente, perché un giorno a casa Turchi arriva un telegramma che invita Lydia a Roma per un provino televisivo.
“E’ qui che inizia il mio Sessantotto” esclama Lydia. “Io vado, dissi. Mia madre era in lacrime per la preoccupazione e per la vergogna. Per lei era un’onta che la figlia, danzatrice classica, andasse a fare la rivista. E poi c’era il fatto che mi allontanavo da casa.” Ma la giovane questa volta non permette che le vecchie convenzioni si frappongano tra lei e il suo sogno e parte per Roma.
Il provino va bene e Lydia da Roma non tornerà più. “Anche perché lì ho conosciuto l’Amore.”
L’Amore di Lydia è Marcello Stramacci, anche lui ballerino, con il quale la giovane, dopo un paio di anni, decide di andare a convivere. “Fu rottura anche in quell’occasione” ricorda Lydia. “Nonostante ormai vivessi fuori casa da parecchio tempo, a Roma ero ospite di lontani parenti e quindi ancora sotto stretto controllo. L’annuncio che sarei andata a convivere fu un dolore enorme per la mia famiglia. A quell’epoca era inimmaginabile. Figuriamoci quando poi, a distanza di qualche anno, annunciai che era incinta! Decidemmo di sposarci solo quando ormai ero all’ottavo mese di gravidanza, più per tutelare la bambina che per noi. Ci sposammo durante una pausa di lavoro. Fu un vero matrimonio hippy, con pantaloni a campana e casaccone sopra. Mia suocera si limitò a dire: mi avete tolto 10 anni di vita. Questo è un matrimonio riparatore! Ma non era così, era una scelta di vita, la mia scelta, portata avanti con coerenza.”
Lydia percorre con lo sguardo la grande sala della scuola di ballo che gestisce con la figlia Gea e dove da anni insegna danza classica, modern jazz e musical.
“E’ per tutto questo che ringrazio il 68. Per avermi dato la forza non tanto di ribellarmi, quanto di affermare ciò che volevo perché ero convinta che ce l’avrei fatta. Quello era il mio sogno, non avrei permesso a nessuno di calpestarlo e per non dimenticarlo mai, ho attaccato accanto al letto un quadretto ricamato che dice proprio Non calpestare i sogni.”

Qui sopra, Lydia Turchi nella sala grande della sua scuola di danza a Roma.
Lydia Turchi, Roma 1968 - Lydia Turchi si esibisce davanti a una cinepresa nel 1968.
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Lydia Turchi, Roma 1968
Lydia Turchi si esibisce davanti a una cinepresa nel 1968.
Maria Teresa Gavazza, Alessandria 2018 - 
Rifiutavo lo stereotipo di donna-mamma. Volevo fare la guerrigliera in America Latina.


“Il primo giorno di scuola, alle magistrali, il professore di filosofia scrisse alla lavagna che le donne erano sfruttate e che la loro unica risorsa era quella di fare figli. Ovviamente era una provocazione, ma fu comunque una scossa!” Una scossa che consolida il desiderio di riscatto di Maria Teresa, che da sempre rifiuta lo stereotipo di donna-mamma e che nutre un sogno, fare la guerrigliera in America Latina. 
 Ma Maria Teresa è dotata anche di una forte consapevolezza sociale. “Sono nata nel Monferrato, nello stesso paese di Badoglio, e già da ragazzina mettevo la mia famiglia in difficoltà perché me ne andavo in giro a cantare la Badoglieide, una canzone scritta contro il Generale dai Partigiani della Resistenza.” 
Maria Teresa è figlia della terra e la terra è il suo mondo, almeno fino al 1966, quando riesce ad accedere alla Facoltà di Magistero a Torino. “Per me, che venivo dalla campagna, arrivare a Torino fu una rivoluzione mentale, sociale, culturale.”
Ma il 1966 non rappresenta una rivoluzione solo per Maria Teresa. Quell’anno, infatti, negli Stati Uniti così come in Europa si intensificano le manifestazioni studentesche contro la guerra in Vietnam. Nella lontana Cina, Mao Zedong lancia la Rivoluzione Culturale. In Italia, il 1966 inizia il 2 gennaio con la liberazione in Sicilia di Franca Viola, vittima di violenza carnale e di sequestro da parte di quello che sarebbe dovuto diventare suo marito, ma che la giovane rifiuta perché colluso con la mafia, e termina a Firenze con l’alluvione del 4 novembre. Nel mezzo succede di tutto: dall’occupazione di Sociologia a Trento al nascere del dissenso cattolico, di cui Don Milani e Don Mazzi sono i portavoce; dall’omicidio commesso a Roma da un gruppo di neofascisti ai danni dello studente d’architettura Paolo Rossi alla immutata e immutabile instabilità di governo. 
“Cominciai a frequentare le prime assemblee” racconta Maria Teresa. “Le problematiche erano tante, a partire dal boom di iscrizioni che non avevano fatto altro che aumentare i disagi già esistenti. Il numero degli studenti era spropositato e non c’erano spazi sufficienti ad accoglierci tutti; per contro, i professori erano pochi e i metodi di insegnamento antiquati.”
Fuori dall’università, Maria Teresa contribuisce come può ad alleviare il disagio sociale di una città letteralmente travolta dal boom produttivo della Fiat. “Cercavamo di dare una mano agli immigrati meridionali usando il metodo di alfabetizzazione del pedagogo brasiliano Paolo Freire, che avevo appreso frequentando a Casale il gruppo di Don Gino Piccio, il Prete Operaio.” 
Negli anni, questo impegno verso gli ultimi non è mai venuto meno in Maria Teresa, che fa parte della rete di solidarietà internazionale Radié Resch e che a livello locale ha dato vita a varie associazioni e comitati. “A Torino avevo scoperto che tutti i miei ideali di giustizia e di uguaglianza potevano realizzarsi.” 
Il suo attivismo sociale porta tuttavia Maria Teresa a confrontarsi con la dura realtà dei fatti. “Il mio Sessantotto fu di breve durata. Iniziò con la prima occupazione di Palazzo Campana, il 27 novembre del 1967, e terminò nella primavera del 1968. Poi iniziarono ad arrivare le denunce perché venivo regolarmente intercettata nelle manifestazioni e l’università mi tolse il presalario. Senza quello era finita. Fui costretta a fare subito il concorso magistrale, che vinsi, e alla fine del 1968 iniziai a insegnare nelle elementari.”
In quel periodo Maria Teresa entra a far parte di una comune, con grande sconcerto dei genitori e del fratello prete. “Lui era molto preoccupato perché temeva una contaminazione eretica e in effetti nella comune c’erano anche parecchi anticlericali e anticattolici.” Quando poi nel 1971 parla alla madre di rapporti prematrimoniali, scattano tutti i campanelli di allarme e Maria Teresa viene neanche tanto velatamente invitata al matrimonio riparatore con Gigi, il giovane conosciuto proprio nel 1968. “All’inizio non ero tanto convinta, ma almeno Gigi e io la spuntammo sulla cerimonia. Fu un matrimonio alternativo. Ci sposammo in un garage che ospitava una piccola cappella. Le fedi erano degli anelli gialli per tende che Gigi aveva comprato al mercato e gli invitati davvero pochi. Nella nostra vita in comune Gigi e io abbiamo sempre continuato su quest’onda. Siamo stati coerenti con le nostre scelte, quindi posso dire di essere soddisfatta della mia vita.”
Maria Teresa Gavazza ha raccolto le sue memorie sul Sessantotto in un libro intitolato “Il Sogno di una Rivoluzione, il mio 68 a Torino”.

Qui sopra, Maria Teresa Gavazza nella sua casa nel Monferrato. Qui ha allestito una piccola biblioteca destinata agli extracomunitari della zona, ai quali insegna anche l’italiano.
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Maria Teresa Gavazza, Alessandria 2018

Rifiutavo lo stereotipo di donna-mamma. Volevo fare la guerrigliera in America Latina.


“Il primo giorno di scuola, alle magistrali, il professore di filosofia scrisse alla lavagna che le donne erano sfruttate e che la loro unica risorsa era quella di fare figli. Ovviamente era una provocazione, ma fu comunque una scossa!” Una scossa che consolida il desiderio di riscatto di Maria Teresa, che da sempre rifiuta lo stereotipo di donna-mamma e che nutre un sogno, fare la guerrigliera in America Latina.
Ma Maria Teresa è dotata anche di una forte consapevolezza sociale. “Sono nata nel Monferrato, nello stesso paese di Badoglio, e già da ragazzina mettevo la mia famiglia in difficoltà perché me ne andavo in giro a cantare la Badoglieide, una canzone scritta contro il Generale dai Partigiani della Resistenza.”
Maria Teresa è figlia della terra e la terra è il suo mondo, almeno fino al 1966, quando riesce ad accedere alla Facoltà di Magistero a Torino. “Per me, che venivo dalla campagna, arrivare a Torino fu una rivoluzione mentale, sociale, culturale.”
Ma il 1966 non rappresenta una rivoluzione solo per Maria Teresa. Quell’anno, infatti, negli Stati Uniti così come in Europa si intensificano le manifestazioni studentesche contro la guerra in Vietnam. Nella lontana Cina, Mao Zedong lancia la Rivoluzione Culturale. In Italia, il 1966 inizia il 2 gennaio con la liberazione in Sicilia di Franca Viola, vittima di violenza carnale e di sequestro da parte di quello che sarebbe dovuto diventare suo marito, ma che la giovane rifiuta perché colluso con la mafia, e termina a Firenze con l’alluvione del 4 novembre. Nel mezzo succede di tutto: dall’occupazione di Sociologia a Trento al nascere del dissenso cattolico, di cui Don Milani e Don Mazzi sono i portavoce; dall’omicidio commesso a Roma da un gruppo di neofascisti ai danni dello studente d’architettura Paolo Rossi alla immutata e immutabile instabilità di governo.
“Cominciai a frequentare le prime assemblee” racconta Maria Teresa. “Le problematiche erano tante, a partire dal boom di iscrizioni che non avevano fatto altro che aumentare i disagi già esistenti. Il numero degli studenti era spropositato e non c’erano spazi sufficienti ad accoglierci tutti; per contro, i professori erano pochi e i metodi di insegnamento antiquati.”
Fuori dall’università, Maria Teresa contribuisce come può ad alleviare il disagio sociale di una città letteralmente travolta dal boom produttivo della Fiat. “Cercavamo di dare una mano agli immigrati meridionali usando il metodo di alfabetizzazione del pedagogo brasiliano Paolo Freire, che avevo appreso frequentando a Casale il gruppo di Don Gino Piccio, il Prete Operaio.”
Negli anni, questo impegno verso gli ultimi non è mai venuto meno in Maria Teresa, che fa parte della rete di solidarietà internazionale Radié Resch e che a livello locale ha dato vita a varie associazioni e comitati. “A Torino avevo scoperto che tutti i miei ideali di giustizia e di uguaglianza potevano realizzarsi.”
Il suo attivismo sociale porta tuttavia Maria Teresa a confrontarsi con la dura realtà dei fatti. “Il mio Sessantotto fu di breve durata. Iniziò con la prima occupazione di Palazzo Campana, il 27 novembre del 1967, e terminò nella primavera del 1968. Poi iniziarono ad arrivare le denunce perché venivo regolarmente intercettata nelle manifestazioni e l’università mi tolse il presalario. Senza quello era finita. Fui costretta a fare subito il concorso magistrale, che vinsi, e alla fine del 1968 iniziai a insegnare nelle elementari.”
In quel periodo Maria Teresa entra a far parte di una comune, con grande sconcerto dei genitori e del fratello prete. “Lui era molto preoccupato perché temeva una contaminazione eretica e in effetti nella comune c’erano anche parecchi anticlericali e anticattolici.” Quando poi nel 1971 parla alla madre di rapporti prematrimoniali, scattano tutti i campanelli di allarme e Maria Teresa viene neanche tanto velatamente invitata al matrimonio riparatore con Gigi, il giovane conosciuto proprio nel 1968. “All’inizio non ero tanto convinta, ma almeno Gigi e io la spuntammo sulla cerimonia. Fu un matrimonio alternativo. Ci sposammo in un garage che ospitava una piccola cappella. Le fedi erano degli anelli gialli per tende che Gigi aveva comprato al mercato e gli invitati davvero pochi. Nella nostra vita in comune Gigi e io abbiamo sempre continuato su quest’onda. Siamo stati coerenti con le nostre scelte, quindi posso dire di essere soddisfatta della mia vita.”
Maria Teresa Gavazza ha raccolto le sue memorie sul Sessantotto in un libro intitolato “Il Sogno di una Rivoluzione, il mio 68 a Torino”.

Qui sopra, Maria Teresa Gavazza nella sua casa nel Monferrato. Qui ha allestito una piccola biblioteca destinata agli extracomunitari della zona, ai quali insegna anche l’italiano.
Maria Teresa Gavazza, Torino 1968 - Maria Teresa in un ritratto del 1968. Già da ragazza, Maria Teresa rifiutava lo stereotipo di donna-mamma e voleva fare la guerrigliera in Sud America.
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Maria Teresa Gavazza, Torino 1968
Maria Teresa in un ritratto del 1968. Già da ragazza, Maria Teresa rifiutava lo stereotipo di donna-mamma e voleva fare la guerrigliera in Sud America.
Mauro Barrera, Torino 2018 - 
Il Pensiero come possibilità da sognare.

Mauro Barrera entra di diritto nella storia del Sessantotto torinese come la Tromba. 
Il 27 novembre del ’67 alcuni studenti di Palazzo Campana si riuniscono in rettorato. E’ da giorni, ormai, che il Senato Accademico è in consiglio per decidere il trasferimento di alcuni corsi in periferia, nella tenuta della Mandria. Di fronte alle porte chiuse del Senato, Massimo Negarville, figlio di Celeste, sindaco di Torino nel primo dopoguerra, armato di megafono annuncia: “Rettore Allara, qui è il questore Negarville. Al terzo squillo di tromba, o aprite la porta, o la sfondiamo ed entriamo.” Dopodiché passa il megafono a Mauro e gli dice “Barrera, fai la tromba!”.
Ovviamente, la porta al terzo squillo non si apre e gli studenti irrompono nel Senato Accademico, entrando così con un mese di anticipo nel Sessantotto italiano e lasciando addosso a Mauro Barrera l’etichetta dello strumento musicale. 
Quel 27 novembre, Mauro, in qualità di segretario di facoltà, oltre a fare la tromba dovrà anche scrivere al Rettore, decretando l’occupazione dell’ateneo. Il minacciato trasferimento in periferia, infatti, non è che l’ultima scintilla che mette fuoco alla protesta degli studenti contro un sistema universitario che non soddisfa più le loro esigenze di studio, né nei contenuti né nella forma.
La prima occupazione durerà un mese e altre ne seguiranno. La partecipazione è trasversale, senza distinzioni ideologiche, indicativa di un disagio diffuso e della necessità di una rottura verso le istituzioni, siano esse sociali, universitarie o familiari. 
“Purtroppo, però, dopo i primi mesi di contestazione pacifica, la situazione degenerò. Sia da destra che da sinistra veniva fatta molta pressione affinché il movimento si politicizzasse. A furia di azioni, cortei violenti e comitati tecnici, che altro non erano se non riunioni riservate a quelli che avevano voglia di andare a menare la polizia, la situazione si radicalizzò, obbligandoti a prendere posizione, a schierarti” ricorda Barrera. 
Nel tentativo di fornire una struttura condivisa alla contestazione, da aprile si tenta la strada della piattaforma rivendicativa. “All’inizio era una cosa seria, un modo per coinvolgere gli studenti e creare occasioni condivise di lotta” spiega Barrera. “Con il tempo però si ridusse a una ridicola contrattazione sulla quantità di libri da portare all’esame, sul numero di pagine, sul pool di esami, ovvero un esame che doveva valere per cinque materie. Si era venuto a creare un sistema che sviliva il senso dello studio e la stessa dignità dello studente.”
Il rapporto di Barrera con il Sessantotto si incrina definitivamente quando si rende conto di non riuscire ad ottenere quanto si è prefissato. “Ricordo un’assemblea ad Architettura. Dovevamo decidere se continuare a lottare apertamente o se essere disfunzionali rispetto al sistema, cercando una maniera più o meno quieta di approfondire gli studi. Io ero favorevole alla seconda opzione, ma non passò.”
Così, nel 1969, Mauro Barrera decide di abbandonare le assemblee universitarie e di seguire il movimento negli stabilimenti della Fiat Mirafiori e nei quartieri operai, dove la questione abitativa, per migliaia di operai provenienti dal Sud Italia, era drammatica, così come lo erano le condizioni di lavoro. 
Pur prendendone le distanze, al movimento universitario Barrera riconosce un merito: “E’ stata una palestra dove esercitare il pensiero, dove sviluppare l’azione come diretta conseguenza del pensiero, come possibilità da sognare, da costruire.”
Il definitivo strappo all’ordine costituito Mauro Barrera lo dà decidendo di dedicarsi all’insegnamento nelle scuole pubbliche. Affascinato dalla didattica di Don Milani, Barrera rinuncia ad entrare nell’azienda di famiglia -  il padre è editore e possiede una libreria dove convergono alcune delle menti più brillante di quegli anni - e sceglie l’insegnamento, dove sente di rispondere alla sua reale vocazione di disturbatore interno. 
“Dedicarmi ai ragazzi è stata la mia scelta di vita; essere disfunzionale rispetto al sistema il mio obiettivo. Riconosco però di non essere riuscito in tutto” aggiunge. “Ho sempre avuto bisogno di cause forti per lasciarmi coinvolgere nella lotta, come è infatti avvenuto per il referendum sul divorzio e quello sull’aborto. Lì ho sentito che era di nuovo possibile vincere, perché erano cose che la gente sentiva sulla propria pelle. Per il resto, forse un po’ per colpa della mia mancanza di pazienza, o per quell’atteggiamento un po’ presuntuoso o forse ancora rinunciatario, di fronte a certe difficoltà mi sono tirato indietro.” 
“E‘ come in quella canzone di Moustaki”, spiega: “Certains se sont battus, moi, je n'ai jamais su."
Georges Moustaki, Il est trop tard.

Qui sopra, Mauro Barrera mostra alcuni dei preziosi volumi stampati dal padre.
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Mauro Barrera, Torino 2018

Il Pensiero come possibilità da sognare.

Mauro Barrera entra di diritto nella storia del Sessantotto torinese come la Tromba.
Il 27 novembre del ’67 alcuni studenti di Palazzo Campana si riuniscono in rettorato. E’ da giorni, ormai, che il Senato Accademico è in consiglio per decidere il trasferimento di alcuni corsi in periferia, nella tenuta della Mandria. Di fronte alle porte chiuse del Senato, Massimo Negarville, figlio di Celeste, sindaco di Torino nel primo dopoguerra, armato di megafono annuncia: “Rettore Allara, qui è il questore Negarville. Al terzo squillo di tromba, o aprite la porta, o la sfondiamo ed entriamo.” Dopodiché passa il megafono a Mauro e gli dice “Barrera, fai la tromba!”.
Ovviamente, la porta al terzo squillo non si apre e gli studenti irrompono nel Senato Accademico, entrando così con un mese di anticipo nel Sessantotto italiano e lasciando addosso a Mauro Barrera l’etichetta dello strumento musicale.
Quel 27 novembre, Mauro, in qualità di segretario di facoltà, oltre a fare la tromba dovrà anche scrivere al Rettore, decretando l’occupazione dell’ateneo. Il minacciato trasferimento in periferia, infatti, non è che l’ultima scintilla che mette fuoco alla protesta degli studenti contro un sistema universitario che non soddisfa più le loro esigenze di studio, né nei contenuti né nella forma.
La prima occupazione durerà un mese e altre ne seguiranno. La partecipazione è trasversale, senza distinzioni ideologiche, indicativa di un disagio diffuso e della necessità di una rottura verso le istituzioni, siano esse sociali, universitarie o familiari.
“Purtroppo, però, dopo i primi mesi di contestazione pacifica, la situazione degenerò. Sia da destra che da sinistra veniva fatta molta pressione affinché il movimento si politicizzasse. A furia di azioni, cortei violenti e comitati tecnici, che altro non erano se non riunioni riservate a quelli che avevano voglia di andare a menare la polizia, la situazione si radicalizzò, obbligandoti a prendere posizione, a schierarti” ricorda Barrera.
Nel tentativo di fornire una struttura condivisa alla contestazione, da aprile si tenta la strada della piattaforma rivendicativa. “All’inizio era una cosa seria, un modo per coinvolgere gli studenti e creare occasioni condivise di lotta” spiega Barrera. “Con il tempo però si ridusse a una ridicola contrattazione sulla quantità di libri da portare all’esame, sul numero di pagine, sul pool di esami, ovvero un esame che doveva valere per cinque materie. Si era venuto a creare un sistema che sviliva il senso dello studio e la stessa dignità dello studente.”
Il rapporto di Barrera con il Sessantotto si incrina definitivamente quando si rende conto di non riuscire ad ottenere quanto si è prefissato. “Ricordo un’assemblea ad Architettura. Dovevamo decidere se continuare a lottare apertamente o se essere disfunzionali rispetto al sistema, cercando una maniera più o meno quieta di approfondire gli studi. Io ero favorevole alla seconda opzione, ma non passò.”
Così, nel 1969, Mauro Barrera decide di abbandonare le assemblee universitarie e di seguire il movimento negli stabilimenti della Fiat Mirafiori e nei quartieri operai, dove la questione abitativa, per migliaia di operai provenienti dal Sud Italia, era drammatica, così come lo erano le condizioni di lavoro.
Pur prendendone le distanze, al movimento universitario Barrera riconosce un merito: “E’ stata una palestra dove esercitare il pensiero, dove sviluppare l’azione come diretta conseguenza del pensiero, come possibilità da sognare, da costruire.”
Il definitivo strappo all’ordine costituito Mauro Barrera lo dà decidendo di dedicarsi all’insegnamento nelle scuole pubbliche. Affascinato dalla didattica di Don Milani, Barrera rinuncia ad entrare nell’azienda di famiglia - il padre è editore e possiede una libreria dove convergono alcune delle menti più brillante di quegli anni - e sceglie l’insegnamento, dove sente di rispondere alla sua reale vocazione di disturbatore interno.
“Dedicarmi ai ragazzi è stata la mia scelta di vita; essere disfunzionale rispetto al sistema il mio obiettivo. Riconosco però di non essere riuscito in tutto” aggiunge. “Ho sempre avuto bisogno di cause forti per lasciarmi coinvolgere nella lotta, come è infatti avvenuto per il referendum sul divorzio e quello sull’aborto. Lì ho sentito che era di nuovo possibile vincere, perché erano cose che la gente sentiva sulla propria pelle. Per il resto, forse un po’ per colpa della mia mancanza di pazienza, o per quell’atteggiamento un po’ presuntuoso o forse ancora rinunciatario, di fronte a certe difficoltà mi sono tirato indietro.”
“E‘ come in quella canzone di Moustaki”, spiega: “Certains se sont battus, moi, je n'ai jamais su."
Georges Moustaki, Il est trop tard.

Qui sopra, Mauro Barrera mostra alcuni dei preziosi volumi stampati dal padre.
Mauro Barrera, Torino 1968 - Mauro Barrera in un articolo di giornale del 1968 nel quale si raccontano le vicende dell'occupazione di Palazzo Campana, sede dell'Università di Torino.
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Mauro Barrera, Torino 1968
Mauro Barrera in un articolo di giornale del 1968 nel quale si raccontano le vicende dell'occupazione di Palazzo Campana, sede dell'Università di Torino.
Raimondo Campisi, Milano 2018 - 
Un’autovettura, era quello il mio sogno!

Ebbene sì, il Sessantotto ha avuto anche Sognatori pragmatici, come Raimondo Campisi.
La scintilla che ha acceso in lui il sacro fuoco della rivoluzione è un’auto. La desidera ardentemente, ma il padre non può comprargliela. Quindi non gli resta che cercarsi un lavoro e mettere da parte i soldi per l’acquisto dell’amato bene. Fin qui tutto regolare, assolutamente nulla di rivoluzionario. Se non fosse che…
Se non fosse che Raimondo è un giovane e promettente pianista classico che frequenta il Conservatorio di Milano e che il lavoro che trova è come tastierista in un complesso di beat music, Le Anime.
La novità non passa inosservata in casa Campisi. “Mio padre era direttore d’orchestra e pianista. Pianista lo era anche mia madre, mentre mio fratello era violinista, compositore e cantante. Quando dissi che sarei andato a suonare l’organo con Le Anime ci fu un certo scompiglio” ricorda Raimondo. Forse però i Campisi sono già abituati alle intemperanze di Raimondo. “Qualche anno prima mi ero messo in testa che sarei diventato perito elettronico. Riuscii a iscrivermi ad un istituto tecnico, ma ripetei due volte la prima classe, quindi decisi definitivamente di darmi alla musica.”
Da allora Raimondo la musica non l’ha più lasciata. “Studiavo con il Maestro Mozzato, ma per rimandare almeno di due anni il servizio militare mi iscrissi al Conservatorio”. Questi due anni Raimondo li trascorrerà alternando lo studio di pianoforte alle serate nei locali da ballo milanesi e della costiera ligure.
“Suonavamo alla Capannina di Locate Triulzi o al Bang Bang di Milano. Ci divertivamo un mondo. E poi c’erano le ragazze!” Raimondo sorride al ricordo. “Al Bang Bang conobbi Twiggy, la prima ragazza a indossare la minigonna. Scoccò subito il colpo di fulmine e poco dopo eravamo nei bagni del locale. Nella foga del momento sfondammo la porta e cademmo a terra uno addosso all’altra. Fu un periodo completamente pazzo!”
E pazzi lo sono davvero, quegli anni. Tutti gli schemi precostituiti stanno andando in frantumi, dall’abbigliamento alla musica, ai rapporti sociali. In ambito musicale, già da alcuni anni l’Italia è divisa tra una corrente tradizionalista e nuovi, coraggiosi cantautori e interpreti che cantano il disagio dell’epoca. Emblematico sarà il Sanremo del 1967, che da una parte incorona vincitori i rassicuranti Iva Zanicchi e Claudio Villa e dall’altra assiste sgomenta al suicidio di Luigi Tenco, le cui canzoni parlano invece di inquietudine personale e sociale e che non regge all’eliminazione dal festival della canzone italiana. 
La ribellione femminile all’autorità superiore, sia essa familiare o sociale, trova sfogo musicalmente in cantanti come Caterina Caselli, che nel 1966 dà voce alla propria voglia di emancipazione con Nessuno mi può giudicare, mentre esplode il caso di una più allusiva Patty Pravo, rapidamente etichettata come trasgressiva.
In quegli anni in Italia arriva anche la musica della beat generation, di cui Bob Dylan e Joan Baez sono solo due tra i rappresentanti più illustri, e i gruppi musicali dagli States e dal Regno Unito: i Beatles, i Rolling Stones, i Led Zeppelin per citarne alcuni. Se tutti, indistintamente e ognuno con il proprio stile, sono il segno dei tempi che cambiano, in molta della musica americana si aggiunge anche la protesta e la presa di distanza dalla guerra del Vietnam, che diventerà lo sfondo del celebre musical Hair, un vero e proprio manifesto della controcultura hippy e della rivoluzione sessuale in corso in quegli anni.
Ma questi non sono gli unici influssi musicali ai quali si espone Raimondo. “Andavo ad esercitarmi al pianoforte nella taverna dello studio di registrazione di Carlo Bonazzi, l’autore di tanti spettacoli musicali degli anni Sessanta” ricorda Raimondo. “Da lì passavano i grandi del jazz. Ho conosciuto Duke Ellington, Tito Fontana, Franco Cerri e tanti altri. E’ stato ascoltando loro che mi sono appassionato a questo genere di musica. Quando poi sono diventato concertista, credo di essere stato tra i primi in Europa a mescolare la musica classica con il jazz.”
A cinquant’anni di distanza Raimondo non ha rinunciato a vivere rompendo gli schemi e non si lascia intimidire dall’atmosfera austera della Residenza per Musicisti Giuseppe Verdi della quale è ospite. In estate non è inusuale vederlo aggirarsi tra i saloni della magnifica dimora di inizio ‘900 in maglietta e shorts, che contrastano allegramente con i colletti inamidati e i fili di perle degli altri ospiti della Residenza. 
Ma l’auto, alla fine? “Riuscii a comprarmi prima un Maggiolone VW grigio e poi una Giulietta Spider. Avevo realizzato il mio sogno!”

Qui sopra, Raimondo improvvisa un brano jazz sotto lo sguardo severo del Maestro Arturo Toscanini
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Raimondo Campisi, Milano 2018

Un’autovettura, era quello il mio sogno!

Ebbene sì, il Sessantotto ha avuto anche Sognatori pragmatici, come Raimondo Campisi.
La scintilla che ha acceso in lui il sacro fuoco della rivoluzione è un’auto. La desidera ardentemente, ma il padre non può comprargliela. Quindi non gli resta che cercarsi un lavoro e mettere da parte i soldi per l’acquisto dell’amato bene. Fin qui tutto regolare, assolutamente nulla di rivoluzionario. Se non fosse che…
Se non fosse che Raimondo è un giovane e promettente pianista classico che frequenta il Conservatorio di Milano e che il lavoro che trova è come tastierista in un complesso di beat music, Le Anime.
La novità non passa inosservata in casa Campisi. “Mio padre era direttore d’orchestra e pianista. Pianista lo era anche mia madre, mentre mio fratello era violinista, compositore e cantante. Quando dissi che sarei andato a suonare l’organo con Le Anime ci fu un certo scompiglio” ricorda Raimondo. Forse però i Campisi sono già abituati alle intemperanze di Raimondo. “Qualche anno prima mi ero messo in testa che sarei diventato perito elettronico. Riuscii a iscrivermi ad un istituto tecnico, ma ripetei due volte la prima classe, quindi decisi definitivamente di darmi alla musica.”
Da allora Raimondo la musica non l’ha più lasciata. “Studiavo con il Maestro Mozzato, ma per rimandare almeno di due anni il servizio militare mi iscrissi al Conservatorio”. Questi due anni Raimondo li trascorrerà alternando lo studio di pianoforte alle serate nei locali da ballo milanesi e della costiera ligure.
“Suonavamo alla Capannina di Locate Triulzi o al Bang Bang di Milano. Ci divertivamo un mondo. E poi c’erano le ragazze!” Raimondo sorride al ricordo. “Al Bang Bang conobbi Twiggy, la prima ragazza a indossare la minigonna. Scoccò subito il colpo di fulmine e poco dopo eravamo nei bagni del locale. Nella foga del momento sfondammo la porta e cademmo a terra uno addosso all’altra. Fu un periodo completamente pazzo!”
E pazzi lo sono davvero, quegli anni. Tutti gli schemi precostituiti stanno andando in frantumi, dall’abbigliamento alla musica, ai rapporti sociali. In ambito musicale, già da alcuni anni l’Italia è divisa tra una corrente tradizionalista e nuovi, coraggiosi cantautori e interpreti che cantano il disagio dell’epoca. Emblematico sarà il Sanremo del 1967, che da una parte incorona vincitori i rassicuranti Iva Zanicchi e Claudio Villa e dall’altra assiste sgomenta al suicidio di Luigi Tenco, le cui canzoni parlano invece di inquietudine personale e sociale e che non regge all’eliminazione dal festival della canzone italiana.
La ribellione femminile all’autorità superiore, sia essa familiare o sociale, trova sfogo musicalmente in cantanti come Caterina Caselli, che nel 1966 dà voce alla propria voglia di emancipazione con Nessuno mi può giudicare, mentre esplode il caso di una più allusiva Patty Pravo, rapidamente etichettata come trasgressiva.
In quegli anni in Italia arriva anche la musica della beat generation, di cui Bob Dylan e Joan Baez sono solo due tra i rappresentanti più illustri, e i gruppi musicali dagli States e dal Regno Unito: i Beatles, i Rolling Stones, i Led Zeppelin per citarne alcuni. Se tutti, indistintamente e ognuno con il proprio stile, sono il segno dei tempi che cambiano, in molta della musica americana si aggiunge anche la protesta e la presa di distanza dalla guerra del Vietnam, che diventerà lo sfondo del celebre musical Hair, un vero e proprio manifesto della controcultura hippy e della rivoluzione sessuale in corso in quegli anni.
Ma questi non sono gli unici influssi musicali ai quali si espone Raimondo. “Andavo ad esercitarmi al pianoforte nella taverna dello studio di registrazione di Carlo Bonazzi, l’autore di tanti spettacoli musicali degli anni Sessanta” ricorda Raimondo. “Da lì passavano i grandi del jazz. Ho conosciuto Duke Ellington, Tito Fontana, Franco Cerri e tanti altri. E’ stato ascoltando loro che mi sono appassionato a questo genere di musica. Quando poi sono diventato concertista, credo di essere stato tra i primi in Europa a mescolare la musica classica con il jazz.”
A cinquant’anni di distanza Raimondo non ha rinunciato a vivere rompendo gli schemi e non si lascia intimidire dall’atmosfera austera della Residenza per Musicisti Giuseppe Verdi della quale è ospite. In estate non è inusuale vederlo aggirarsi tra i saloni della magnifica dimora di inizio ‘900 in maglietta e shorts, che contrastano allegramente con i colletti inamidati e i fili di perle degli altri ospiti della Residenza.
Ma l’auto, alla fine? “Riuscii a comprarmi prima un Maggiolone VW grigio e poi una Giulietta Spider. Avevo realizzato il mio sogno!”

Qui sopra, Raimondo improvvisa un brano jazz sotto lo sguardo severo del Maestro Arturo Toscanini
Raimondo Campisi, Milano 1968 - Raimondo in posa per la foto di copertina di uno dei suoi dischi degli anni '60.
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Raimondo Campisi, Milano 1968
Raimondo in posa per la foto di copertina di uno dei suoi dischi degli anni '60.
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